Amerigo


IL DISCO

Amerigo, pubblicato nel 1978, è l'ottavo album di Francesco Guccini.  Registrato presso gli studi GRS di Milano nei mesi di marzo e aprile del 1978, il titolo del disco deriva dal nome del noto esploratore Amerigo Vespucci, al quale viene accostata la storia del prozio del cantautore, Enrico Guccini.

 

Da Croniche Epafaniche:

Mio zio Enrico, il fratello minore di mio nonno Pietro, veniva abitualmente chiamato Nerico, con metàtesi dialettale curiosamente usata se lo nominavano in italiano; in dialetto, invece, lo chiamavano Merigo. Penso che pochi sapessero, al di fuori della famiglia, che il suo vero nome era Enrico, e non gli altri due che quotidianamente e con assoluta indifferenza si usavano: Nerico era il nome italiano, che, tradotto in dialetto, deve appunto suonare Merigo. Non c'entra Amerigo, e nemmeno l'America, anche se in America, quella del Nord, o Stati Uniti, lui c'era stato davvero.

 

Il disco lo descrive lo stesso autore in un testo contenuto nel booklet del 33 giri:

Quando, in diverse occasioni, mi chiedono di parlare delle mie canzoni e del come e perché, di solito rispondo di sentirmi un cantastorie. […]. Un cantastorie che racconta storie di altri che lo coinvolgono e storie di se stesso che possono coinvolgere altri. Questo per il piacere -dovere di raccontare e di esaminarsi-precisarsi raccontando. Così "Amerigo" è una storia, ed è la storia di una vittoria, come succede ogni volta che si può raccontare da lontano e con serenità e trarre da tutto il bene e il male accaduto un sorriso ironico e affettuoso. Proprio per questo, invece, "Eskimo", è la storia di una sconfitta tanto più dolorosa quanto ancora non risolta e che si trascina con questo simbolo verde fra una immaginata maturità incredibilmente lontana e un presente ancora confuso, in cui le cose tardano a delinearsi. Le "Cinque Anatre" non è che una favola corta che vale, anche con la sua “morale” finale, per il solo spazio della sua durata. "Liber Nos" nasce, come idea, dalle “rogazioni” della liturgia dei morti, e da quelle che si cantavano in compagnia per stornare la minaccia di un temporale incombente. Vuole essere una sorta di preghiera laica, più ironica che dogmatica perché vuole essere proprio antidogmatica ed è in senso negativo per potersi aprire a tante altre eventuali possibilità. […] Vorrei dedicare questo lavoro a Enrico Guccini.

 

Enrico Guccini - Particolare della copertina dell'album "Radici" (1972)

Della canzone Amerigo Guccini ne racconta anche in “Un altro giorno è andato” di Massimo Cotto:

"Amerigo", la canzone che dà il titolo all'album è la più bella, completa, finita, ricca di cose e forse una delle più belle che io abbia mai scritto. E' lei che ha trainato l'album, più ancora che "Eskimo", che pure è diventata nel tempo forse ancora più famosa di "Amerigo". […] Mi affascinava da sempre l'idea di una canzone su Enrico, il mio prozio emigrato in America. C'è un confronto continuo tra la sua America - emarginata, di fatica, di sconfitte - e la mia - fatta di miti e immaginazioni, di viaggi di fantasia. Le immagini non si sovrappongono ma restano distanti le une dalle altre: la sua America di lavoro e sangue, fatica uguale mattina e sera, per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri, di negri e di irlandesi, polacchi ed italiani nella miniera, di sudore ed antracite; e la mia America provincia dolce, mondo di pace. Avevo già conosciuto la disillusione, dopo il mio viaggio in Pennsylvania, quando avevo capito che non tutto luccicava, ma nella canzone lasciai spazio solo all'America immaginata e mai vissuta, l'America sognata a Pàvana dal mulino e da bambino, l'America che era Atlantide, il cuore, il destino, Life, sorrisi a denti bianchi su patinata, Paperino e Gungadin e Ringo, gli eroi di Casablanca e di Fort Apache. Le immagini non si sovrappongono se non nel finale, quando capisco che quell'uomo era il mio volto, era il mio specchio. Amerigo ero anch'io.

 

Tra i musicisti che partecipano all'incisione c'è il chitarrista Gianfranco Coletta, fondatore con Ettore De Carolis dei Chetro & Co. e poi componente prima del Banco del Mutuo Soccorso e poi degli Alunni del Sole. Hanno suonato con Francesco Guccini (voce): Deborah Kooperman (chitarra), Vince Tempera (tastiera), Juan Carlos Biondini (chitarra), Pietro Guccini (chitarra acustica), Gianfranco Coletta (chitarra), Ares Tavolazzi (basso), Ellade Bandini (batteria), Dino D'Autorio (basso), Flaviano Cuffari (batteria), Gianemilio Tassoni (basso), Vincenzo Palermo (batteria), Renè Mantegna (percussioni), Paolo Giacomoni (violino, mandolino), Riccardo Grigolo (armonica), Giorgio Massini (flauto).

 

Copertina degli spartiti musicali di "Amerigo"

 

 

 

L'album è stato distribuito da EMI Italia in formato LP, Stereo8, MC e CD.

Edizioni Musicali La Voce del Padrone ha pubblicato gli spartiti di Amerigo.

CURIOSITA'

 

La foto di copertina è di Piero Casadei, mentre l'immagine di copertina è un particolare della «Charta del Navicare» (1502) conservata alla Biblioteca Estense di Modena.

 

Tutte le canzoni sono di Francesco Guccini, ad eccezione di Mondo nuovo (musica di Pietro Guccini).

 

Francesco Guccini e "Flaco" a Pavana

Amerigo è il primo brano gucciniano nel quale è presente l'accompagnamento della chitarra di Juan Carlos Biondini.

L’arrivo di Flaco lo racconta Guccini a Massimo Cotto:

Giorgio Massini partì per il militare, così, quando si trattò di trovare un chitarrista per Amerigo, accettai il suggerimento di Deborah Kooperman, che conosceva un tale di origine argentina e, così almeno mi assicurava, di grande sensibilità.  Si chiama Flaco, disse Debby. Io, lì per lì, capii Franco e fui molto sorpreso quando si presentò con il suo vero nome. Flaco significa magro disse lui. In Argentina abbiamo quattro soprannomi di base: Flaco, cioè magro; Gordo che vuol dire grasso; Turco, per chiunque sia a est dell'Italia; e Negro, per chiunque abbia una gradazione di carnagione un po' più scura della norma, dall'abbronzato al negro vero e proprio. Mi piacque immediatamente. Provammo per un paio d'ore, non di più. Era eccezionale. Lo invitai subito a suonare dal vivo.

 

"Paperino" di Carl Barks

 

 

Nell’album emerge, per la prima volta, la passione per i fumetti di Guccini e in particolar modo di Paperino che lo stesso Francesco definirà, in seguito, “eterno e immortale, ma solo quello disegnato da Barks, che va dal 1945 al 1963”.

 

RECENSIONI

Foto tratta da "Star Boy" (1978)

Da “Star Boy” del 17 dicembre 1978: 

“Il disco si chiama “Amerigo” perché c’è una canzone che parla di un mio zio, anzi, prozio. Lui in effetti si chiamava Enrico e veniva chiamato Amerigo non per il fatto dell’America, ma per una trasformazione dialettale del nome.  Io immagino lui che emigra, senza mai essere stato né a Bologna né a Pistoia e si ritrova prima a Le Havre e poi a New York, in un mondo diverso e lì penso all'America che lui ha incontrato, contrapposta alla mia America, quella infantile. Amerigo sono anch'io certo perché anch'io sono partito come mio zio da Pavana per fare certe esperienze”.

 

 

 

Da “Nuovo Sound” del settembre 1978:

La forma di "Amerigo" è povera, il contenuto prezioso come può esserlo un oggetto di artigianato ingentilito dal lavoro dell'uomo che opera su materiale umile: il riferimento a "Radici" è evidente, la schietta e vigorosa 'ballata' ritorna prepotentemente, il testo, monumentale, scandisce il tempo di una ritrovata serenità dopo la tensione (condita di una punta di isteria) de "L'avvelenata", il ritratto de il macchinista de "La locomotiva" è esposto accanto a quello di Amerigo l'ormai noto prozio di Guccini (certamente non lo avrebbe mai immaginato, pover'uomo, di godere di tanta fama postuma grazie ad un singolare nipotino).

In questo tuo ultimo disco ci sono due pezzi, "Amerigo" e "100, Pennsylvania Avenue", che, seppure in atmosfere diverse ci riportano a quell'odioso amato 'vuoto mito americano' di cui hai già parlato in varie occasioni. Cosa significa, per te, l'America?

Foto dell'articolo di "Nuovo Sound" (1978)

"Quello che ha significato per tutti quelli che oggi hanno quasi quarant'anni come me e cioè avere cinque anni nel 1945, ricordare che le prime cose che gli occhi hanno iniziato a vedere sono stati i carri armati americani, leggere Steinbeck, Hemingway da grandicelli quando da piccolini si era portata sul petto una stella di sceriffo. Amerigo queste cose le dice, ma le dice da immigrato, da uomo senza cultura che va e vive determinate realtà di lavoro non avendo il tempo e gli strumenti adatti per andare al di là del puro raccontare. “100, Pennsylvania Avenue” è una storia in un certo modo parallela in quanto parla delle impressioni tratte dal mio viaggio in America, evidentemente fatto in condizioni diversissime, con la perfetta cognizione di uno scontro tra realtà e culture diverse. Lo scontro ci fu davvero: io andai negli Stati Uniti per una ragazza che sarebbe dovuta tornare con me in Italia ma che non venne poi per mia scelta, dal momento che capii che una convivenza sarebbe stata impossibile, umanamente inconciliabili come eravamo. Io parlo quindi spesso dell'America come fatto condizionante la nostra gioventù, ma, attenzione, quando parlo di 'vuoto mito' non faccio una autocritica del tipo 'guarda che scemi che eravamo', parlo di vuoto nel senso di non verificato, dell'impossibilità di stabilire quanto ci fosse di vero nel 'made in U.S.A.' Oggi, che fortunatamente siamo tutti più intelligenti, non ci lasciamo più abbindolare ed un John Travolta passa inosservato... Scherzi a parte, credo che dal dopoguerra ad oggi ogni espressione occidentale faccia capo, più o meno rigidamente, all'America. Guarda la musica, ad esempio: a parte la ventata di europeismo dei Beatles (se vogliamo anch'essa informata poi a moduli americani) mi sembra non ci sia stato altro".

Esce un tuo disco, le solite critiche: "scrive dei bellissimi testi, perchè non si fa fare le musiche? ". Tu cosa rispondi?

"Rispondo che non mi interessa fare delle belle canzoni. L'espressione che sento più mia è la ballata, che non necessita di strutture complicate. Il mio impegno quindi è nel fare delle buone ballate: ad esempio, “Amerigo” la trovo bellissima, così imponente, così piena di cose... Ma questo è un mio giudizio, naturalmente!".

“Eskimo” è una delle poche canzoni (o 'ballate', come preferisci) che, parlando di realtà giovanili passate, non faccia riferimento stancamente ed in modo pseudo leggendario al '68. Si va a qualche tempo prima, al '63-'64, gli anni di un antico conformismo un tantino pretenzioso che tu critichi ma allo stesso tempo difendi con una punta di malcelato orgoglio...

"Vedi, è chiaro che ci sia una sorta di bivalenza emotiva verso il mio passato: esiste una critica, ed è dura, ma c'è anche tanto affetto verso quelle situazioni, tipiche dell'epoca, vissute con slancio ed ingenuità. Non bisogna dimenticare poi che “Eskimo”, in fin dei conti, è pur sempre una canzone d'amore".

 

 

Da “Popster” del 1978:

Foto tratta da "Popster" (1978)

Sull'America reale - o neo realisticamente ricostruita - di Enrico-Amerigo, si innesta l'America fantastica e bugiarda di Francesco, vissuta attraverso gli stereotipi di cinema, fumetti e fotografie: «L'America era Atlantide, l'America era il cuore, era il destino, l'America era ‘Life’, sorrisi a denti bianchi su patinata, l'America era il mondo, sognante e misterioso, di Paperino». Chiarimento su quest'ultimo verso e piccolo ricordo personale: Guccini è un collezionista appassionato di fumetti (una «radice» non secondaria) ed ha collaborato con l'allora quasi esordiente Bonvi (più tardi creatore di «Sturmtruppen) alla stesura di sceneggiature spiritose e intelligenti; una sera di qualche anno fa ci incontrammo ad una cena un po' scoglionata, scoprimmo la comune passione e cominciammo a parlare delle storie di Paperino disegnate da Carl Barks, l'inventore delle più belle avventure di Paperino, non quelle quotidiane e frustrate ma quelle romantiche, appunto «sognanti e misteriose», di ampio respiro: le sette città di Cibola e l'Eldorado, Shangri-La e Atlantide e via dicendo; la cosa si trasformò in una specie di gara a chi ricordava più storie e personaggi inventati da Barks: vinse lui, anche se di poco, con una domanda sul nome degli abitanti del centro della terra, esseri rotondi che si divertivano a creare terremoti che mettevano in pericolo il deposito di Paperone (per la cronaca: si chiamavano Terrini e Fermini); fine della parentesi personale. Amerigo torna a casa da vecchio, «due soldi e giovinezza ormai finita», e l'adolescente Francesco, «sprezzante come i giovani», lo ignora, non lo capisce. Solo molto più tardi realizza che lui ed Amerigo, in fondo, sono la stessa persona, con lo stesso destino della partenza dal paese, delle esperienze in un mondo completamente estraneo a quello contadino, con la stessa voglia di tornare, da vecchio, al paese. E poi c'è l'America oltre «Life» e Paperino, vissuta da Francesco adulto in prima persona, e non solo attraverso gli occhi di una sua fiamma americana, immaginata oggi a portare avanti "i miti Kennedyani e a far scuola agli indiani, amore e ecologia lassù nel Maine». Un mese di America e di delusioni, molto meglio il sogno dell'adolescenza. Ma da allora sono passati tanti anni, le cose nel ricordo si sfumano, la sconfitta di allora è guardata con distacco, la vittoria dell'America Reale e della Donna Americana non brucia più, anzi appena filtrato dall'ironia, c'è dell'affetto: «Io credo che sappiamo che è diverso, se le cose sono state poi più amare, le accetti, tiri avanti e non hai perso, se sono differenti dal sognare perché non è uno scherzo saper continuare... così ti canto ancora, in questa casa mia che sai e non sai». (100, Pennysilvania Ave). Sulle note di copertina "Le cinque anatre” è presentata come "una corta favola che vale, anche con la sua ‘morale’ finale, per il solo spazio della sua durata», e non si può condividere. Per la cronaca, l'idea delle “cinque anatre” viene da un canto di prigionieri siberiani letto da Guccini anni fa e dimenticato fino al momento di entrare in sala, quando, ahimé, se l'è ricordato. E, come le “anatre”, “Libera Nos Domine” conferma che il “fascino discreto” del cantastorie viene ormai meno quando non racconta di sé; dura quattro minuti e mezzo ma sembra aver detto tutto nel primo minuto, è ispirata ad una preghiera chiamata rogazione, con la richiesta continua e ossessiva di essere liberati: dall'inferno ma anche, nelle versioni contadine, dalla grandine quando scoppia un temporale. Guccini prega, e prega che tutti noi siano liberati da calamità varie tipo diossina coloranti e generali pazzi, dagli imbecilli d'ogni razza e colore, dagli intolleranti, falsi intellettuali, giornalisti ignoranti e via salmodiando; alla cupa meccanicità ripetitiva della rogazione era preferibile lo sberleffo sanguigno dell’«Avvelenata», che almeno sparava contro gli stessi bersagli senza suonare la campana a morto. Oltre che con la messa funebre, Guccini contrae un altro debito col Guccini minore, Piero, di cui canta una canzone scritta vari anni fa, «Mondo nuovo», modificandone il testo ma lasciando invariato il tema originale, ispirato al "Brave new world” di Huxley:"E corre l'uomo confuso... verso una nuova realtà che non capirà mai, fra entità sconosciute e computers, che non capirà mai, fra le schede cifrate e le città, che non capirà mai… nel mondo nuovo che noi non vedremo mai». Ma il momento di maggiore sincerità e convinzione è in «Eskimo», il testo che forse meno di tutti si adatta alla musica, una musica costruita per convenzione più che per necessità: le parole, lette senza ascoltare il disco, arrivano direttamente e trasmettono quello che la musica maschera o sdrammatizza in un tentativo di pudore. E questa ennesima storia intima, dolorosa e personale, la si può leggere e riconoscere senza imbarazzi, o noia, o soggezione. Senza sentirsi, finalmente, dei guardoni (volontari o involontari, compiaciuti o riluttanti) della vita privata di Francesco Guccini.

I TESTI - LATO A

 

Probabilmente uscì chiudendo dietro a se la porta verde,
qualcuno si era alzato a preparargli in fretta un caffè d' orzo.
Non so se si girò, non era il tipo d' uomo che si perde
in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo.

Quand' io l' ho conosciuto, o inizio a ricordarlo, era già vecchio
o così a me sembrava, ma allora non andavo ancora a scuola.
Colpiva il cranio raso e un misterioso e strano suo apparecchio,
un cinto d' ernia che sembrava una fondina per la pistola.

Ma quel mattino aveva il viso dei vent' anni senza rughe
e rabbia ed avventura e ancora vaghe idee di socialismo,
parole dure al padre e dietro tradizione di fame e fughe
E per il suo lavoro, quello che schianta e uccide: "il fatalismo".
Ma quel mattino aveva quel sentimento nuovo per casa e madre
e per scacciarlo aveva in corpo il primo vino di una cantina
e già sentiva in faccia l' odore d' olio e mare che fa Le Havre,
e già sentiva in bocca l' odore della polvere della mina.

L' America era allora, per me i G.I. di Roosvelt, la quinta armata,
l' America era Atlantide, l' America era il cuore, era il destino,
l' America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata,
l' America era il mondo sognante e misterioso di Paperino.

L' America era allora per me provincia dolce, mondo di pace,
perduto paradiso, malinconia sottile, nevrosi lenta,
e Gunga-Din e Ringo, gli eroi di Casablanca e di Fort Apache,
un sogno lungo il suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra.

Non so come la vide quando la nave offrì New York vicino,
dei grattacieli il bosco, città di feci e strade, urla, castello
e Pavana un ricordo lasciato tra i castagni dell' Appennino,
l' inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello.

E fu lavoro e sangue e fu fatica uguale mattina e sera,
per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri,
di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani nella miniera,
sudore d' antracite in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri.

Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita,
l' America era un angolo, l' America era un' ombra, nebbia sottile,
l' America era un' ernia, un gioco di quei tanti che fa la vita,
e dire boss per capo e ton per tonnellata, "raif" per fucile.

Quand' io l' ho conosciuto o inizio a ricordarlo era già vecchio,
sprezzante come i giovani, gli scivolavo accanto senza afferrarlo
e non capivo che quell' uomo era il mio volto, era il mio specchio
finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo,
finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo,
finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo...

Da morte nera e secca, da morte innaturale,
da morte prematura, da morte industriale,
per mano poliziotta, di pazzo generale,
diossina o colorante, da incidente stradale,
dalle palle vaganti d' ogni tipo e ideale,
da tutti questi insieme e da ogni altro male,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Da tutti gli imbecilli d' ogni razza e colore,
dai sacri sanfedisti e da quel loro odore,
dai pazzi giacobini e dal loro bruciore,
da visionari e martiri dell' odio e del terrore,
da chi ti paradisa dicendo "è per amore",
dai manichei che ti urlano "o con noi o traditore!",
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Dai poveri di spirito e dagli intolleranti,
da falsi intellettuali, giornalisti ignoranti,
da eroi, navigatori, profeti, vati, santi,
dai sicuri di sé, presuntuosi e arroganti,
dal cinismo di molti, dalle voglie di tanti,
dall'egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura,
dai preti d' ogni credo, da ogni loro impostura,
da inferni e paradisi, da una vita futura,
da utopie per lenire questa morte sicura,
da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura,
da fedeli invasati d' ogni tipo e natura,
libera, libera, libera, libera nos Domine,
libera, libera, libera, libera nos Domine...

La strada dalla Pennsylvania Station sembrava attraversasse il continente
come se non tornasse più all' indietro, ma andasse sempre avanti ad occidente
fra tombe in ferro-vetro, pianura, pali e gente.
E indietro invece e in fretta ci tornai, ma in certi miei momenti forse oziosi
mi chiedo dove sei e che cosa fai e come passi i tuoi giorni noiosi,
io che non ti risposi in questa casa mia che sai e non sai.

E immagino tu e lui, due americani sicuri e sani, un poco alla John Wayne,
portare avanti i miti kennedyani e far scuola agli indiani:
amore e ecologia lassù nel Maine.

E là insegnare alla povera gente per poco o niente, vita quasi pia,
fingendo o non sapendo proprio niente di quello che può ancora far la CIA,
santi dell'occidente, per gli USA, e così sia...
Mi ha detto chi t' ha vista là da poco che sei rimasta quella che eri allora,
un po' più vecchia, ma quasi per gioco e forse solo appena un po' signora,
vorrei vederti ora perchè il ricordo mi diventa fioco...

E provo a immaginare in un momento per ridere di stare qui con te,
ma sarebbe poi stato un cambiamento? Ci penso, ma non sento
che un' altra ancora ha i soliti perchè...

Però tu sai che è il gioco d' un istante perchè da allora già lo sentivamo
che possibilità ce ne son tante per quei due tipi che allora eravamo:
io son quasi importante, tu cosa sei, e chi siamo?
Ma forse almeno tu hai conservato quell' ideale che avevamo in testa,
probabilmente in te cenni ha lasciato,ogni cosa alla lunga mi molesta
e cerco un' altra festa e poi le feste in fondo mi han stancato...

Poi erano ideali alla cogliona fatti coi miti del '63,
i due Giovanni e pace un po' alla buona, Ramblas di Barcellona,
la prima crisi dura dentro in me...

Io credo che sappiamo che è diverso se le cose son state poi più avare,
le accetti, tiri avanti e non hai perso se sono differenti dal sognare
perchè non è uno scherzo sapere continuare.
E scusami se sono qui a pensare a te, alle tue parole e ai tuoi sorrisi,
come il "Matto" fra carte da giocare può risolvere un attimo di crisi,
anche se allora smisi, ora vado, e "via andare"...

Non voglio far felice proprio adesso tua madre che odiò l' italiano istrione
quando disse a tuo padre che era un fesso lui e il liberal-progresso
e urlò "rivoluzione!".

Son cose spero che perdonerai com' io ti ho perdonato ormai a quest' ora,
come se fossi solo un piantaguai, il "but I love him" che gli urlasti allora,
così ti canto ancora in questa casa mia che sai e non sai...

I TESTI - LATO B

 

Questa domenica in Settembre non sarebbe pesata così,
l' estate finiva più "nature" vent' anni fa o giù di lì...
Con l' incoscienza dentro al basso ventre e alcuni audaci, in tasca "l'Unità",
la paghi tutta, e a prezzi d' inflazione, quella che chiaman la maturità...

Ma tu non sei cambiata di molto anche se adesso è al vento quello che
io per vederlo ci ho impiegato tanto filosofando pure sui perchè,
ma tu non sei cambiata di tanto e se cos' è un orgasmo ora lo sai
potrai capire i miei vent' anni allora, i quasi cento adesso capirai...

Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà,
non era la rivolta permanente: diciamo che non c' era e tanto fa.
Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere, però
inutilmente ti ci sei provata con foto di famiglia o paletò...

E quanto son cambiato da allora e l'eskimo che conoscevi tu
lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti e non puoi più,
bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà:
tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent' anni fa!

Ricordi fui con te a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale,
credevo che Bologna fosse mia: ballammo insieme all' anno o a Carnevale.
Lasciammo allora tutti e due un qualcuno che non ne fece un dramma o non lo so,
ma con i miei maglioni ero a disagio e mi pesava quel tuo paletò...

Ma avevo la rivolta fra le dita, dei soldi in tasca niente e tu lo sai
e mi pagavi il cinema stupita e non ti era toccato farlo mai!
Perchè mi amavi non l' ho mai capito così diverso da quei tuoi cliché,
perchè fra i tanti, bella, che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me...

Infatti i fiori della prima volta non c' erano già più nel sessantotto,
scoppiava finalmente la rivolta oppure in qualche modo mi ero rotto,
tu li aspettavi ancora, ma io già urlavo che Dio era morto, a monte, ma però
contro il sistema anch' io mi ribellavo cioè, sognando Dylan e i provos...

E Gianni, ritornato da Londra, a lungo ci parlò dell' LSD,
tenne una quasi conferenza colta sul suo viaggio di nozze stile freak
e noi non l' avevamo mai fatto e noi che non l' avremmo fatto mai,
quell' erba ci cresceva tutt' attorno, per noi crescevan solo i nostri guai...

Forse ci consolava far l' amore, ma precari in quel senso si era già
un buco da un amico, un letto a ore su cui passava tutta la città.
L'amore fatto alla "boia d' un Giuda" e al freddo in quella stanza di altri e spoglia:
vederti o non vederti tutta nuda era un fatto di clima e non di voglia!

E adesso che potremmo anche farlo e adesso che problemi non ne ho,
che nostalgia per quelli contro un muro o dentro a un cine o là dove si può...
E adesso che sappiam quasi tutto e adesso che problemi non ne hai,
per nostalgia, lo rifaremmo in piedi scordando la moquette stile e l'Hi-Fi...

Diciamolo per dire, ma davvero si ride per non piangere perchè
se penso a quella che eri, a quel che ero, che compassione che ho per me e per te.
Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là,
sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità...

Perchè a vent' anni è tutto ancora intero, perchè a vent' anni è tutto chi lo sa,
a vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell' età,
oppure allora si era solo noi non c' entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi quel ch'è rimasto dimmelo un po' tu...

E questa domenica in Settembre se ne sta lentamente per finire
come le tante via, distrattamente, a cercare di fare o di capire.
Forse lo stan pensando anche gli amici, gli andati, i rassegnati, i soddisfatti,
giocando a dire che si era più felici, pensando a chi s' è perso o no a quei party...

Ed io che ho sempre un eskimo addosso uguale a quello che ricorderai,
io, come sempre, faccio quel che posso, domani poi ci penserò se mai
ed io ti canterò questa canzone uguale a tante che già ti cantai:
ignorala come hai ignorato le altre e poi saran le ultime oramai...

Cinque anatre volano a sud: molto prima del tempo l'inverno è arrivato.
Cinque anatre in volo vedrai contro il sole velato, contro il sole velato...

Nessun rumore sulla taiga, solo un lampo un istante ed un morso crudele:
quattro anatre in volo vedrai ed una preda cadere ed una preda cadere...

Quattro anatre volano a sud: quanto dista la terra che le nutriva,
quanto la terra che le nutrirà e l' inverno già arriva e l' inverno già arriva...

Il giorno sembra non finire mai; bianca fischia ed acceca nel vento la neve:
solo tre anatre in volo vedrai e con un volo ormai greve e con un volo ormai greve...

A cosa pensan nessuno lo saprà: nulla pensan l'inverno e la grande pianura
e a nulla il gelo che il suolo spaccherà con un gridare che dura, con un gridare che dura...

E il branco vola, vola verso sud. Nulla esiste più attorno se non sonno e fame:
solo due anatre in volo vedrai verso il sud che ora appare, verso il sud che ora appare...

Cinque anatre andavano a sud: forse una soltanto vedremo arrivare,
ma quel suo volo certo vuole dire che bisognava volare, che bisognava volare,
che bisognava volare, che bisognava volare...

Corre veloce, ma in che senso
il nostro tempo sconosciuto e strano
e i nostri occhi spaventati
guardano ciò che ci circonda
e non sanno credere ad un tecnico sortilegio che
pian piano e indifferente ci rapina
e ci trascina verso una realtà
che non vedremo mai (fra entità sconosciute e computers)
che non vedremo mai (fra le schede cifrate e le città)
che non vedremo mai...

E corre l' uomo confuso verso
ciò che neanche lui capisce,
chi ha programmato la sua vita
non sa chi sia e dove; ma che
importa, se solo questo lo fa
già dubitare del suo equilibrio
e aperta è già la strada oscuramente
verso una nuova realtà
che non capirà mai ( fra entità sconosciute e computers )
che non capirà mai ( fra le schede cifrate e le città )
che non capirà mai...

E non sapremo perchè e come
siamo di un' era in transizione
fra una civiltà quasi finita
ed una nuova inconcepita.
Se quasi nessuno ormai più crede,
quale mai sarà la nuova fede,
quali mai saran le nuove mete
che spegneranno la nostra eterna sete
di poter essere sé...

Anche se poi qualcuno soccomberà
io non so dire chi fra noi due sarà
quest' uomo nuovo
che avvince anche me
nel mondo nuovo che
noi non vedremo mai ( fra entità sconosciute e computers )
noi non vedremo mai ( fra le schede cifrate e le città )
noi non vedremo mai...

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