D’amore di morte e di altre sciocchezze


IL DISCO

Registrato e mixato presso Fonoprint di Bologna da Roberto Costa con l'assistenza di Roberto Barillari nell'autunno 1996, D'amore di morte e di altre sciocchezze è il diciassettesimo album di Francesco Guccini.

L'album è stato dedicato a "Victor" (Victor Sogliani, bassista del gruppo Equipe 84 con cui Guccini aveva suonato nel gruppo I Gatti) e a Bonvi (il noto fumettista, creatore di Sturmtruppen). Entrambi erano amici d'infanzia di Guccini ed entrambi sono prematuramente scomparsi poco prima dell'uscita del disco.

Con Francesco Guccini alla voce, hanno suonato nel disco: Ellade Bandini (batteria e percussioni), Juan Carlos «Flaco» Biondini (chitarre), Lele Chiodi (seconda voce in Canzone delle colombe e del fiore), Roberto Manuzzi (sax baritono, armonica e tastiere), Antonio Marangolo (sax tenore e sax soprano), Ares Tavolazzi (contrabbasso e basso), Vince Tempera (pianoforte e tastiere).

Il «Coro Stelutis» di Bologna ne Il caduto è diretto da Giorgio Vacchi.

Gli arrangiamenti sono collettivi, con la supervisione di Vince Tempera. Il disco è stato prodotto da Renzo Fantini.

Copertina degli spartiti musicali di "D'amore di morte e di altre sciocchezze"

L'edizione in vinile è stata tirata in 4.000 esemplari numerati.

L'album è stato distribuito in formato LP (in edizione limitata – tiratura 4.000 esemplari numerati), MC e CD.

Da D'amore di morte e di altre sciocchezze sono stati estratti tre singoli in edizione "Promo CD" per le radio: Lettera, Quattro Stracci e Cirano.

Gli spartiti di D’amore di morte e di altre sciocchezze sono stati pubblicati da Carisch.

 

CURIOSITA'

La foto di copertina è di Roberto Serra, mentre la grafica di copertina è stata curata da Raffaella Cavalieri. La grafica e impaginazione dell’album sono a cura di Giuseppe Spada.

La canzone I fichi risale al 1976 e fu eseguita in quell'anno da Guccini in televisione a Televacca, lo storico programma di Roberto Benigni.

Il suo testo non è riportato nel libretto dell'album.

 

RECENSIONI

Foto tratta dalla rivista "Famiglia Cristiana" (1996)

Da “Famiglia Cristiana” del novembre 1996:

Di questa cosa che chiamano vita, come direbbe lui stesso, Francesco Guccini, è diventato, suo malgrado, esperto. A 56 anni dice di essersi reso conto di avere dietro le spalle più strada di quanta presumibilmente gliene rimane da compiere. E le sue canzoni, dunque, oggi più che mai esibiscono le cicatrici che il tempo provoca e aiuta a rimarginare. Sono, queste nove novità, come al solito piene di parole, molte delle quali comunque belle, classicamente belle. Solo lui, tra i nostri cantautori, scrive versi come "Ma nell'intreccio di vita uguale soffia il libeccio di una domanda, punge il rovaio di un dubbio eterno», oppure, "Ma guarda quante stelle sterminate: che senso  avranno mai? Che senso abbiamo?». A qualcuno verrà in mente Giacomo Leopardi e il parallelo, per quanto strano possa sembrare, diventa di disco in disco sempre più inevitabile. Quando scrive canzoni, Guccini è ottocentesco, con tutti gli accenti e le rime alloro posto, romantico nell'espressione e nell'ispirazione (curiosamente, quando scrive romanzi si tuffa nel Novecento, ma questa è tutta un'altra storia). I temi sono quelli di sempre: lo scorrere doloroso del tempo, gli abbandoni, le domande eterne di chi vive la condizione umana, l'amore (questa volta un po' più delle altre). C'è anche l'invettiva, nascosta dietro una trasparente identificazione letteraria (Cirano) e anche questa non è una novità. Ci sono, però, a differenza che in passato, una consapevolezza della maturità, con tutto ciò che questo comporta, e un'amara considerazione di come utopie,sofferenze, sogni e amori non siano riusciti a rendere più accogliente il mondo. Guccini-Cirano, per la prima volta, butta con decisione lo sguardo avanti: "Dev'essercì, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto”. Questo, di tanta speranza, oggi gli resta.

 

 

Da “Musica” del 20 novembre 1996 di Giacomo Pellicciotti

"E’ proprio una bella stagione per la musica italiana d'autore: dopo i «pezzi pregiati» di Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Fabrizio De Andrè, Franco Battiato e altri campioni piccoli e grandi della nostra canzone di qualità, tocca ora a Francesco Guccini il montanaro di Pavana, sull'appennino pistoiese. S'intitola molto autobiograficamente “D'amore di morte e di altre sciocchezze, il diciassettesimo capitolo della discografia gucciniana. Una raccolta di nove canzoni ricche d'immagini e suggestioni letterario-filosofiche che mettono a nudo l'orsuto Francesco com'è oggi, a cinquantasei anni, con tutta l'esperienza e la disillusione di chi vive tempi difficili per tutti, ma forse ancora più duri per uno che ha avuto modo di conoscere altre utopie e speranze. E' un disco d'amore per le sue donne reali, un amore nuovo e uno che malinconicamente finisce, come nelle due canzoni contrapposte “Vorrei” e “Quattro stracci”. Una dedica agli amici morti troppo presto Victor Sogliani e Bonvi. E un'occasione più matura per disquisire di tanti altri argomenti, dalla contemplazione della volta celeste con i segni dell'oroscopo di Stelle alla «nuova Avvelenata» che è “Cirano”, passando per i ritmi sudamericani di “Canzone delle colombe e del fiore” e la storia del montanaro costretto a morire in pianura di “Il caduto”. Ma già nel brano iniziale “Lettera” c'è il riassunto di tutto l'album, che muta bruscamente tono dalla poesia contemplativa e bucolica d'ambiente all'amara scoperta dell'età che avanza e che non restituisce tutte le speranze coltivate in tanti anni. Ma parliamo con lui, Francesco. Anzitutto di questa singolare rimpatriata collettiva dei cantautori storici. E' solo una coincidenza? «Per me sì, non ce lo siamo certo detto prima Sono scattati semplicemente gli anni per fare un nuovo disco e l'ho fatto. Tre anni di silenzio sono abbastanza. E poi io faccio un disco quando sono pronto. Questo contiene le canzoni che ho scritto negli ultimi due anni. Adesso mi voglio purificare e penso che starò zitto per un bel po’». Con le canzoni, intende Guccini. «Certo, perché ho tante altre cose da fare, tra un concerto e l'altro del tour che inizia a dicembre e va avanti fino a primavera inoltrata. Basta guardare gli strati di libri e carte che si sono accumulati sulla mia scrivania. Dai due volumoni sulla cultura contadina in Toscana e il lavoro dei contadini, si capisce l'enorme mole di lavoro che sto accumulando per mettere insieme il vocabolario sul dialetto pavanese che uscirà l'anno prossimo. Lo leggeranno in pochi, ma io ci tengo molto perché è uno studio appassionato sulle nostre tradizioni popolari. Tradizioni che, senza stupide nostalgie, non meritano l'oblio totale». Che strano antidivo è Guccini: vive ancora nella mitica via Paolo Fabbri 43 con tanto di nome e cognome sul citofono, alla faccia degli inevitabili scocciatori, «Sì, ma ho un ottimo rapporto con la gente del quartiere, alla sera vado sempre a giocare e bere all'osteria sottocasa e poi, quando voglio, il centro è a soli venti minuti. Vivo in un quartiere molto popolare e sono integrato con l'ambiente. Ma quando posso, torno in montagna. Specie d'estate, nella casa o in canoa sul lago di tre chilometri, nuoto e me ne sto al sole. Anche li arrivano i pellegrini che mi riconoscono, ma pazienza». Tornando all'ultimo disco, ne è davvero contento Francesco Guccini?

Foto tratta dalla rivista "Musica" (1996)

In fondo dicono tutti così, ci mancherebbe altro. Sorride, ma risponde tutto d'un fiato: «Sono più soddisfatto dell'ultima volta, questo sì. Perché lo ritengo un album più completo, più vario». Però un album che parla anche di morte, non può essere un'opera felice o ottimista.  «E' vero, ma ci sono sempre l’ironia e l’amore come uniche vie di salvezza. Credo che possano cambiare anche le situazioni più inamovibili. Sembra ossessionato dallo scorrere implacabile del tempo tra un capitolo e l'altro dell'album “D'amore di morte e di altre sciocchezze”. L'età è così pesante per lui? «A 56 anni, uno riflette che il tempo speso è più di quello che hai ancora da spendere. E poi il 1996 è stato un anno tremendo, se ne sono andati non solo Victor e Bonvi, ma tanti altri amici sui cinquant'anni. Allora ti viene da pensare: che succederà di tutti i libri che ho accumulato? O delle mie collezioni di fumetti? Cosa li tengo a fare? Ti prende un’inquietudine anche vivace, per fortuna senza angoscia, che ti fa andare avanti. Ma non è facile, anche se ti senti ancora un immaturo. Quanto tempo abbiamo buttato via. E ti domani: perché non ho mai imparato il sanscrito? Perché non so ancora suonare il pianoforte? Questa è la crisi dell'età, io credo». Scrive i libri al computer, mentre per le canzoni gli bastano un foglio e una matita. «Con i romanzi puoi essere anche barocco con le parole, ma con le canzoni faccio i disegnini, cancello, rifaccio, taglio, cambio frasi intere». Se usa il computer, vuol dire che ha un bel rapporto con l'informatica e le macchine tecnologiche. Risposta: «Giorni fa, volevo ascoltare il mio cd sul computer, ma proprio non ci riuscivo. Allora ho consultato il tecnico di fiducia, che è mia figlia di 18 anni. Mi ha guardato con tanta compassione, ha girato il disco dall'altro lato e, naturalmente, si è sentito perfettamente». Insieme a Battiato e a qualche altro, Guccini non ha partecipato alla riunione romana con l'onorevole Veltroni per mettere a punto una nuova legge sulla musica. Cosa ne pensa? «Erano troppi per poter concludere qualcosa. Ma basterebbe che abbassassero la quota dell'Iva sui dischi allo stesso livello dei libri. Perché i dischi non sono forse cultura? Lo dice uno che consuma soprattutto libri al posto dei dischi».

 

Da “Tv Sette” del 30 novembre 1996 di Mario Luzzatto Fegiz

Foto tratta dalla rivista "Tv Sette" (1996)

Craxi è latitante a Hammamet, Andreotti sotto processo, i muri cadono, Internet dilaga. Ma lui, Francesco Guccini, è sempre lì. I suoi concerti, che si aprono immancabilmente con “Canzone per un'amica” e si chiudono con “La locomotiva”, registrano il tutto esaurito. E il successo di Guccini, nonostante la sua musica sia giudicata da taluni la quintessenza della noia e dell'inutilità, continua. Mirabile esempio di cesellata, se vogliamo anche pedante e retorica, poesia per canzone è il nuovo album “D'amore di morte e di altre sciocchezze”. Inutile sottolineare che se le altre sciocchezze sono come l'amore e la morte si tratta di un disco sui massimi problemi dell'esistenza. Lettera dà l'esatta dimensione della storia che si muove intorno al nostro quotidiano: la cucina che si anima all'ora di pranzo, il rumore dei televisori ... le rose fioriscono e sfioriscono sul terrazzo e un'altra stagione, struggente, è passata. Dietro questo Guccini così pensieroso c'è senza dubbio l'esser stato abbandonato dalla moglie (da oltre un anno il cantautore ha una nuova compagna). Che cosa sia successo esattamente non è affar nostro o vostro, ma c'è stata di certo molta sofferenza, il senso di una sconfitta e una revisione generale di tutto. Lo si desume dalla canzone “Quattro stracci” che offre versi come «Non sai che ci vuole scienza, ci vuol costanza a invecchiare senza maturità, ma maturo o meno io ne ho abbastanza della complessa tua semplicità...», Quasi una “Avvelenata” in chiave sentimentale. L'album è un capolavoro, pur nell'ipnotica monotonia della voce del cantautore, che offre canzoni come “Stelle” o “Canzone delle colombe e del fiore” una ballata, quest'ultima, ricca di polifonia e di rara suggestione.

 

 

I TESTI - LATO A

 

In giardino il ciliegio è fiorito agli scoppi del nuovo sole,
il quartiere si è presto riempito di neve di pioppi e di parole.
All' una in punto si sente il suono acciottolante che fanno i piatti,
le TV son un rombo di tuono per l' indifferenza scostante dei gatti;
come vedi tutto è normale in questa inutile sarabanda,
ma nell' intreccio di vita uguale soffia il libeccio di una domanda,
punge il rovaio d' un dubbio eterno, un formicaio di cose andate,
di chi aspetta sempre l' inverno per desiderare una nuova estate...

Son tornate a sbocciare le strade, ideali ricami del mondo,
ci girano tronfie la figlia e la madre nel viso uguali e nel culo tondo,
in testa identiche, senza storia, sfidando tutto, senza confini,
frantumano un attimo quella boria grida di rondini e ragazzini;
come vedi tutto è consueto in questo ingorgo di vita e morte,
ma mi rattristo, io sono lieto di questa pista di voglia e sorte,
di questa rete troppo smagliata, di queste mete lì da sognare,
di questa sete mai appagata, di chi starnazza e non vuol volare...

Appassiscono piano le rose, spuntano a grappi i frutti del melo,
le nuvole in alto van silenziose negli strappi cobalto del cielo.
Io sdraiato sull' erba verde fantastico piano sul mio passato,
ma l' età all' improvviso disperde quel che credevo e non sono stato;
come senti tutto va liscio in questo mondo senza patemi,
in questa vista presa di striscio, di svolgimento corretto ai temi,
dei miei entusiasmi durati poco, dei tanti chiasmi filosofanti,
di storie tragiche nate per gioco, troppo vicine o troppo distanti...

Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
l' arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?
Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo stringe la borsa
e c'è il sospetto che sia triviale l' affanno e l' ansimo dopo una corsa,
l' ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa...che chiami...vita...

Vorrei conoscer l'odore del tuo paese,
camminare di casa nel tuo giardino,
respirare nell' aria sale e maggese,
gli aromi della tua salvia e del rosmarino.
Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero
parlando con me del tempo e dei giorni andati,
vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero,
come se amici fossimo sempre stati.
Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci
e i ciuffi di parietaria attaccati ai muri,
le strisce delle lumache nei loro gusci,
capire tutti gli sguardi dietro agli scuri

e lo vorrei
perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io...

Vorrei con te da solo sempre viaggiare,
scoprire quello che intorno c'è da scoprire
per raccontarti e poi farmi raccontare
il senso d' un rabbuiarsi e del tuo gioire;
vorrei tornare nei posti dove son stato,
spiegarti di quanto tutto sia poi diverso
e per farmi da te spiegare cos'è cambiato
e quale sapore nuovo abbia l' universo.
Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona
o il mare di una remota spiaggia cubana
o un greppe dell' Appennino dove risuona
fra gli alberi un' usata e semplice tramontana

e lo vorrei
perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io...

Vorrei restare per sempre in un posto solo
per ascoltare il suono del tuo parlare
e guardare stupito il lancio, la grazia, il volo
impliciti dentro al semplice tuo camminare
e restare in silenzio al suono della tua voce
o parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso
dimenticando il tempo troppo veloce
o nascondere in due sciocchezze che son commosso.
Vorrei cantare il canto delle tue mani,
giocare con te un eterno gioco proibito
che l' oggi restasse oggi senza domani
o domani potesse tendere all' infinito

e lo vorrei
perché non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io...

E guardo fuori dalla finestra e vedo quel muro solito che tu sai.
Sigaretta o penna nella mia destra, simboli frivoli che non hai amato mai;
quello che ho addosso non ti è mai piaciuto, racconto e dico e ti sembro muto,
fumare e scrivere ti suona strano, meglio le mani di un artigiano
e cancellarmi è tutto quel che fai;
ma io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare
e rido in faccia a quello che cerchi e che mai avrai!

Non sai che ci vuole scienza, ci vuol costanza, ad invecchiare senza maturità,
ma maturo o meno io ne ho abbastanza della complessa tua semplicità.
Ma poi chi ha detto che tu abbia ragione, coi tuoi "also sprach" di maturazione
o è un' illusione pronta per l'uso da eterna vittima di un sopruso,
abuso d' un mondo chiuso e fatalità;
ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare,
ma non raccontare a me che cos'è la libertà!

La libertà delle tue pozioni, di yoga, di erbe, psiche e di omeopatia,
di manuali contro le frustrazioni, le inibizioni che provavi quì a casa mia,
la noia data da uno non pratico, che non ha il polso di un matematico,
che coi motori non ci sa fare e che non sa neanche guidare,
un tipo perso dietro le nuvole e la poesia,
ma ora scommetto che vorrai provare quel che con me non volevi fare:
fare l' amore, tirare tardi o la fantasia!

La fantasia può portare male se non si conosce bene come domarla,
ma costa poco, val quel che vale, e nessuno ti può più impedire di adoperarla;
io, se Dio vuole, non son tuo padre, non ho nemmeno le palle quadre,
tu hai la fantasia delle idee contorte, vai con la mente e le gambe corte,
poi avrai sempre il momento giusto per sistemarla:
le vie del mondo ti sono aperte, tanto hai le spalle sempre coperte
ed avrai sempre le scuse buone per rifiutarla!

Per rifiutare sei stata un genio, sprecando il tempo a rifiutare me,
ma non c'è un alibi, non c'è un rimedio, se guardo bene no, non c'è un perchè;
nata di marzo, nata balzana, casta che sogna d' esser puttana,
quando sei dentro vuoi esser fuori cercando sempre i passati amori
ed hai annullato tutti fuori che te,
ma io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri, quei quattro stracci in cui hai buttato l' ieri,
persa a cercar per sempre quello che non c'è,
io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri, quei quattro stracci in cui hai buttato l' ieri
persa a cercar per sempre quello che non c'è,
io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri, quei quattro stracci in cui hai buttato l' ieri
persa a cercar per sempre quello che non c'è...

Ma guarda quante stelle questa sera fino alla linea curva d' orizzonte,
ellissi cieca e sorda del mistero là dietro al monte:
si fingono animali favolosi, pescatori che lanciano le reti,
re barbari o cavalli corridori lungo i pianeti

e sembrano invitarci da lontano per svelarci il mistero delle cose
o spiegarci che sempre camminiamo fra morte e rose
o confonderci tutto e ricordarci che siamo poco o che non siamo niente
e che è solo un pulsare illimitato, ma indifferente.

Ma guarda quante stelle su nel cielo sparse in incalcolabile cammino:
tu credi che disegnino la traccia del destino?
E che la nostra vita resti appesa a un nastro tenue di costellazioni
per stringerci in un laccio e regalarci sogni e visioni,

tutto sia scritto in chiavi misteriose, effemeridi che guidano ogni azione,
lasciandoci soltanto il vano filtro dell' illusione
e che l' ambiguo segno dei Gemelli governi il corso della mia stagione
scontrandosi e incontrandosi nel cielo dello Scorpione ?

Ma guarda quante stelle incastonate: che senso avranno mai, che senso abbiamo?
Sembrano dirci in questa fine estate: siamo e non siamo
e che corriamo come il Sagittario tirando frecce a simboli bastardi,
antiche bestie, errore visionario, segni bugiardi.

C' erano ancora prima del respiro, ci saranno alla nostra dipartita,
forse fanno ballare appesa a un filo la nostra vita
e in tutto quel chiarore sterminato, dove ogni lontananza si disperde,
guardando quel silenzio smisurato l' uomo... si perde...

Amore, s'io fossi aria, le tue rondini vorrei,
per guardarmele ogni minuto e farle volare negli occhi miei,
quelle rondini bianche e nere che anche mute dicono tanto:
tutta la gioia di mille sere ed un momento solo di pianto
ed un momento solo di pianto ed un momento solo di pianto
ed un momento solo di pianto...

Amore, mai sarò stanco di bermi tutto il tuo miele,
quando ridi o quando mi parli in me si gonfiano mille vele ;
quando un sogno od un tuo segreto ti fan seria e sembri rubata,
guizzan pesci tra i tuoi due fiori, rivive l' anima mia assetata
rivive l' anima mia assetata, rivive l' anima mia assetata
rivive l' anima mia assetata...

Amore, pensa s'io avessi una torre colombaria
per far posare le tue due colombe stanche di volare in aria,
vederle alzarsi dritte nel cielo e atterrare fra le mie mani
per carezzarle dentro ai miei oggi e baciarle fino a domani
e baciarle fino a domani, e baciarle fino a domani
e baciarle fino a domani...

Amore, nel mio giardino vorrei fiorisse la tua rosa
perchè l' anima mia si perda dove il corpo rinasce e riposa,
quella rosa di primavera sempre rorida di rugiada,
misteriosa come la sera, balenante come una spada
balenante come una spada, balenante come una spada,
balenante come una spada....

Amore, colomba, fiore, amore fragile e forte,
sfrontatezza e pudore, compagna di gioia e sorte,
sapore amaro e dolcezza, con l' arcobaleno fra le dita,
vorrei perdermi nel tuo respiro, vorrei offrirti questa mia vita
vorrei offrirti questa mia vita, vorrei offrirti questa mia vita,
vorrei offrirti questa mia vita...

I TESTI - LATO B

 

Io, nato Primo di nome e di cinque fratelli,
uomo di bosco e di fiume, lavoro e di povertà,
ma uomo sereno di dentro, come i pesci e gli uccelli
che con me dividevano il cielo, l' acqua e la libertà...

Perchè sono in prigione per sempre, qui in questa pianura
dove orizzonte rincorre da sempre un uguale orizzonte,
dove un vento incessante mi soffia continua paura,
dove è impossibile scorgere il profilo d' un monte ?

E se d' inverno mi copre la neve gelata
non è quella solita in cui affondava il mio passo
forte e sicuro, braccando la lieve pestata
che lascia la volpe, o l' impronta più greve del tasso...

Ho cancellato il ricordo e perchè son caduto,
rammento stagioni in cui dietro ad un sole non chiaro
veniva improvviso quel freddo totale, assoluto
e infine lamenti, poi grida e bestemmie e uno sparo...

Guarda la guerra che beffa, che scherzo puerile,
io che non mi ero mai spinto in un lungo cammino
ho visto quel poco di mondo da dietro a un fucile,
ho visto altra gente soltanto da dietro a un mirino...

E siamo in tanti coperti da neve gelata,
non c'è più razza o divisa, ma solo l' inverno
e quest' estate bastarda dal vento spazzata
e solo noi, solo noi che siam morti in eterno...

Io che guardavo la vita con calmo coraggio,
cosa darei per guardare gli odori della mia montagna,
vedere le foglie del cerro, gli intrichi del faggio,
scoprire di nuovo dal riccio il miracolo della castagna...

Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto,
infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perchè con questa spada vi uccido quando voglio.

Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza;
godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura
e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l' ignoranza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna.
Gli orpelli? L'arrivismo? All' amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch' io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz' ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d' essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo, ma sono triste
perchè Rossana è bella, siamo così diversi,
a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi...

Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un' altra vita;
se c'è, come voi dite, un Dio nell' infinito, guardatevi nel cuore, l' avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l' uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

Io tocco i miei nemici col naso e con la spada,
ma in questa vita oggi non trovo più la strada.
Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo,
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo:
dev' esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un' ombra e tu, Rossana, il sole,
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo...Cirano

Mi dicevano il matto perchè prendevo la vita
da giullare, da pazzo, con un' allegria infinita.
D' altra parte è assai meglio, dentro questa tragedia,
ridersi addosso, non piangere e voltarla in commedia.

Quando mi hanno chiamato per la guerra, dicevo:
"Beh, è naja, soldato!" e ridevo, ridevo.
Mi han marchiato e tosato, mi hanno dato un fucile,
rancio immondo, ma io allegro, ridevo da morire.

Facevo scherzi, mattane, naturalmente ai fanti,
agli osti e alle puttane, ma non risparmiavo i santi.
E un giorno me l' han giocata, mi han ricambiato il favore
e dal fucile mi han tolto l' intero caricatore.

Mi son trovato il nemico di fronte e abbiamo sparato,
chiaramente io a vuoto, lui invece mi ha centrato.
Perchè quegli occhi stupiti, perchè mentre cadevo
per terra, la morte addosso, io ridevo, ridevo?

Ora qui non sto male, ora qui mi consolo,
ma non mi sembra normale ridere sempre da solo, ridere sempre da solo!

[Parlato]
La canzone, onestamente, come testo non è un granchè. Però ci ho messo tutta... una grande ouverture musicale. Quindi attendete, vado ad eseguire l'ouverture... [Suona]
L'ouverture mi è riuscita un...un 60%, che non è una brutta percentuale, percè...no, eeh, no no... [Suona]
E' che io a questo punto avrei dovuto fare un do, ma il do non è una nota facile, il do è una nota...
Beethoven che era Beethoven il do ci prendeva un 80% delle volte, anzi ha scritto una decima sinfonia senza do perchè mi fa rabbia, ma la società "Gli amici delle sette note" non gli ha mai permesso di pubblicare. E il tempo di questa canzone è un tempo... il tempo è un tempo: carina questa!
Il tempo è un tempo, ma, il tempo un tempo era...
Ah, un momento: bisogna spiegare a quelli di sotto che il microfono che dovrebbe essere qui è qui e il microfono che dovrebbe essere qui è qui. Il fatto che qui e qui in italiano si dica nello stesso modo
complica orrendamente le cose però... Va beh, insomma, il tempo un tempo era... un valzer moderato, ma col passare del tempo, e te dai... ha acquistato una precisa coscienza politica ed è diventato un valzer decisamente di sinistra. Ah ah aah! Virtuosismi? Ma vorrei l'applauso. [Suona]. Temo che questa chitarra sia orrendamente scordata, ma il pezzo è giusto con la chitarra orrendamente scordata. La canzone potrebbe ricordare a qualcun..., la canzone si chiama "I fichi", potrebbe ricordare a qualcuno "I crauti". "I crauti" è una canzone scritta tanti anni fa, una canzone... si fa per dire, che faceva....

Io non capisco la gente...

[parlato]
eh, te fai sì sì con la testa: la conosci? E' la tua canzone preferita! Te a un certo punto vai col tuo moroso e dici "Senti suonano i crauti, è la nostra canzone!"... No, un momento c'è della gente cosi' eh! Io...

Io non capisco la gente...

[parlato]
questo e' un valzer con una precisa coscienza politica. Non è, c'è, c'è, è... ma è... lei mi dica ha una...

che non ci piacciono i crauti...

[parlato]
Ecco la mia canzone è molto diversa. Fa:

Io non capisco la gente
eh lo so, va beh, d'altra parte
che non ci piacciono i fichi:
Già diversa!!Già diversa!!
l' han detto persino gli antichi
sì ai fichi ed abbasso i bigné.

[parlato]
Virtuosismo. C'è questo sol che è... è un mi bemolle, comunque... Lo abbassiamo? Lei cosa dice? Lo abbassiamo? Ma siiii... Ma siii.... Seconda strofa nella quale si va a spiegare l'ontologia del fico, ovvero la vera, reale essenza del fico. Che non e' da tutti, insomma, cioè... Notate che quando faccio il virtuosismo mi abbasso con la spalla sinistra perchè mi viene ehm più facile... Peccato che nel disco non lo vedranno che mi abbasso con la spalla sinistra, ma... [Suona] Eh? Cosa viene adesso?! [continua a suonare]

I fichi son quella cosa
pregevoli assieme al prosciutto,
mangiabili in parte o del tutto
da soli o sia pure in alcun..

[parlato]
A fewbody, mi dicono gli anglosassoni..

Mangiabili in piedi o a Verona
a letto, al mattino, in stazione,
dovunque dà gioia... il melone,
ma questa è un' altra canzon...

Mangiabili in verno o d' estate
e fino l' autunno inoltrato,
ma allora c' ha il nome cambiato
e si chiamano marron-glaceés...

[parlato]
Quando uno è bravo....

Ma quando è maturo e sugoso
allora è il momento del fico
ch'e buono sì che non vi dico...
Oh rabbia, che ormai l' ho già dett!

[parlato]
La canzone, vi sarete resi conto che è di grande serietà e di grande impegno. E' una canzone scientifico-morale e in questa strofa io vado a spiegare le prove scientifiche della beneficità del fico per gli esseri umani. Vai!! [Musica] Ehm, l'ho detto prima di Beethoven che non... Se qualcuno mi tenesse un dito qua!

Il fico fa bene alla vista...
Stupiti!Vi vedo stupiti..
gli uccelli ne mangian quintali
e... quasi nessuno ha gli occhiali,
ma questo è un segreto di poc.

Ma questo è soltanto uno scherzo
di quello che giova in salute:
su in Svezia che han larghe vedute...
anche sui 30, 40 centimetri
i fichi la mutua li dà...

[Musica e parlato] Eh?! Un applauso ma per cortesia! Se ce ne fosse bisogno, successive prove della beneficità del fico in natura...

Te prova ad andar sotto a un camions
oppure va sotto a un tranvai,
poi va sotto a un fico e vedrai
di quanto starai tu più ben...

[parlato]
Controindicazioni...

Ma attenti a non far come quello
che in preda a pensieri lubrichi
andò sotto a un camions di fichi:
non puro può far molto mal...

[parlato]
Con... con grande vostro e mio dolore, soprattutto vostro, ma anche mio, siamo giunti al finale che vi spiegherà la parte direi... ehm... la parte direi della canzone.

Ma ormai sono giunto alla fine
e vi ho visto d'accordo e contenti:
fra un fico e un cazzotto nei denti
ognuno ormai sceglier saprà...

[Applausi]
Non è tanto per me, quanto per i fichi!