Guccini


IL DISCO

Registrato e mixato presso lo Stone Castle Studio di Carimate (CO) da Ezio De Rosa nell’aprile del 1983, Guccini è l’undicesimo album di Francesco Guccini.

 

Da Un altro giorno è andato, Francesco Guccini si racconta a Massimo Cotto (Firenze, Giunti Editore, 1999):

"La canzone più misteriosa in assoluto è Autogrill, intravista e non vissuta, venuta fuori chissà come. Nacque a Pavana ed è il resoconto di ciò che non fu mai, ovvero un sogno mai avverato. Parla di una ragazza “bionda senza averne l'aria, quasi triste come i fiori e l'erba di scarpata ferroviaria”. Una ragazza che è più cornice che quadro: ognuno di noi può riempirla dei fantasmi e delle immagini che meglio crede. Era il giusto personaggio per aumentare l'aria di mistero e irrealtà che la canzone indubbiamente ha".

L’album è, per l’autore, “l'impossibilità di viaggiare”. Si può raggiungere ogni parte del mondo in poche ore ma si è condannati a essere sempre turista. Per viaggiare, e al tempo stesso vivere, bisognerebbe avere sei o sette vite, come cantava nell'album Metropolis, in Black-Out (“Avessi sette vite a mano...”).

E allora si diventa tutti Gulliver che, nell'omonima canzone, torna dai suoi viaggi meravigliosi, racconta e la gente non capisce (“Nei vecchi amici che incontrava per la via, in quelle loro anime smarrite sentiva la balbuzie intellettuale e l'afasia di chi gli domandava per capire, ma confondendo i viaggi con la loro parodia, i sogni con l'azione del partire”), perché confonde e distorce le immagini di chi ha viaggiato. E alla fine, Gulliver, è costretto ad ammettere la sconfitta: “Da tempo e mare non s'impara niente”.

 

Shomèr ma mi-llailah? è una citazione biblica (Isaia 21,11) e significa in ebraico "Sentinella, quanto resta della notte?".

La genesi e il significato di questa canzone sono ben spiegate da Guccini in un’intervista di Brunetto Salvarani pubblicata nel prossimo numero 6 della rivista "Vita e Pensiero", il bimestrale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, del 2009.

È il turno di Shomér ma mi-llailah?, del 1983, tratta dal disco intitolato minimalisticamente Guccini.

Lo spunto mi venne da uno squarcio meraviglioso del profeta Isaia (21, 11-12). Il titolo - letteralmente - si potrebbe tradurre con "Sentinella, che cosa resta della notte?". Mi colpì soprattutto l'invito del profeta a insistere, a ridomandare, a tornare ancora senza stancarsi. Io sono uno sempre in ricerca, curioso di tutto. All'epoca stavo leggendo la traduzione di Isaia proposta da Guido Ceronetti, bellissima, uscita per Adelphi. Non si tratta, però, come qualcuno ha voluto vederci, di un simbolo di carattere sociale e politico, ma piuttosto di un universale antropologico. Isaia, il profeta che di regola minaccia fuoco e fiamme per quanti non seguono le indicazioni divine, a un certo momento della sua vicenda dimostra in pieno la sua profonda apertura umana, in un paio di versetti pieni di speranza:  sentinella, a che punto stiamo della notte? Vale a dire, non bisogna stancarsi di porsi delle domande:  questa è la cosa più importante fra tutte! Coltivare la curiosità, la sete di ricerca. Non ci si può mai fermare. La sentinella risponde: "La notte sta per finire, ma l'alba non è ancora giunta. Tornate, domandate, insistete!". Potrei avvicinare questo pezzo a Signora Bovary, del 1987, in cui m'interrogo su "cosa c'è in fondo a quest'oggi", "cosa c'è in fondo a questa notte", "cosa c'è proprio in fondo in fondo, quando bene o male faremo due conti"... Qui c'è un'angoscia esistenziale, l'angoscia della notte che non finisce... Anche se non ci sono ancora arrivato, a fare quei due conti... Staremo a vedere!

 

Con Francesco Guccini (voce e chitarra) hanno suonato in Guccini: Ellade Bandini (batteria), Juan Carlos «Flaco» Biondini, Francesco Guccini, Massimo Luca (chitarre), Claudio Pascoli (sassofoni), Giancarlo Porro (clarini), Maurizio Preti (percussioni), Ares Tavolazzi (chitarre e basso), Vince Tempera (pianoforte e tastiere).

Copertina degli spartiti musicali di "Guccini"

Programmazione computer e tastiere elettroniche: Piero Cairo. Gli arrangiamenti sono stati curati da Vince Tempera, gli arrangiamenti ritmici, invece, da Ellade Bandini, Juan Carlos «Flaco» Biondini, Francesco Guccini, Ares Tavolazzi, Vince Tempera. La produzione è di Renzo Fantini.

 

L'album è stato distribuito in formato LP, Stereo8, MC e CD.

Gli spartiti di Guccini sono stati pubblicati da Edizioni Musicali La Voce del Padrone.

 

 

CURIOSITA'

L’illustrazione di copertina è di Ilvio Gallo.

 

Nel corso della registrazione di questo album è nata la formazione storica di musicisti che ha accompagnato per trent’anni Guccini nelle esibizioni dal vivo.

Lo rivela lo stesso cantautore in Un altro giorno è andato, Francesco Guccini si racconta a Massimo Cotto:

Nel 1983, per la prima volta senza Pier Farri, radunai il mio vecchio staff (Ellade Bandini alla batteria, Ares Tavolazzi al basso, Flaco alla chitarra, Vince Tempera alle tastiere) con, in più, il sassofonista Claudio Pascoli agli Stone Castle Studios, nel famoso castello di Carimate, in provincia di Como. Si sarebbe rivelata un'idea balzana: un mese rinchiusi là, in un luogo seppur bellissimo, fecero sì che persino le gite a Milano, dicesi Milano, fossero salutate con ovazioni all'americana e cappelli lanciati in aria in stile cowboy. Anche se a Carimate non c'era un cazzo da fare, l'atmosfera era fantastica, tanto che ad Ares Tavolazzi venne un'idea: perché non utilizzare sempre lo stesso gruppo anche nelle esibizioni dal vivo? Mi sembrava fattibile, così creammo anche per i concerti una band fissa che, con poche ma significative eccezioni, mi accompagna ancora oggi.

 

I versi di Shomèr ma mi-llailah? sono stati scritti in inglese sul muro di Sarajevo da ignoto ammiratore di Guccini. Sotto i versi compare la scritta: Francesco Guccini, poeta italiano.

Nel 1998 Guccini compie un viaggio in Argentina attraversando la Patagonia assieme al duo Patrizio Roversi e Syusy Blady, nella trasmissione Turisti per caso.

RECENSIONI

Da un’intervista di Beppe Caporale pubblicata su “Ciao” del 12 giugno 1983:

Copertina della rivista "Ciao 2001" (1983)

Cominciamo. subito con "Autogrill” proprio la canzone della rima con juke-box. Che Guccini abbia sempre guardato all'avventura americana con 'occhio più che interessato è storia di sempre: vuoi, per generazione, vuoi per mestiere (per anni ha insegnato - non sappiamo se lo faccia ancora - in una scuola americana in Italia). Anche per lui era stato un sogno, non diciamo spento, ma senz’altro ridimensionato con la conoscenza effettiva. Ebbene "Autogrill" di americano propone soltanto il contenitore, l’involucro in quanto la storia raccontata è, come di consueto, una storia di sensazioni forse rese più intense (si parla di un incontro-non-incontro) dalla coscienza dell’impossibile, ma forti ed intense come non mai. Ma di americano questa canzone canzone ha soprattutto l'impianto: forse il fatto di aver trovato quella rima “juke-box” e "film della Fox") ha spinto l’autore sulla strada del cinema, portandolo a descrizioni che restituiscono all'ascoltatore sensazioni vere e proprie. Ma non è forse il cinema l'ultimo gradino (in salita naturalmente)nell'evoluzione del modo di raccontare le storie? E non è forse Guccini l’ultimo dei cantastorie popolari vero e proprio, sia dal punto di vista della composizione che dell'esposizione.  E allora ecco che i versi come "il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere, che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere I basso il sole all'orizzonte colorava la vetrina  e stampava lampi e impronte sulla pompa di benzina" non possono tane a meno di ricreare nell'ascoltatore le stesse sensazioni de "La foresta pietrificata" (tanto per fare un esempio). Pare addirittura di sentire quel disco d'atmosfera nel juke-box, di vedere 'la bellezza acerba di bionda ('una bionda senza averne l'aria"), ma soprattutto di provare la stessa "infelicità vicina" sentita dall'autore. "Argentina" è il secondo brano: chi si aspetta ,il seguito di "Antenòr" si prepari invece ad un altro tipo di epica. Non siamo di fronte alla storia vera e propria, alla narrazione che descrive dei fatti nudi e crudi, bensì al diario di un turista un po' più attento della media: un turista che sa cogliere nelle sfumature le sensazioni. Sensazioni spesso, inconscie, ma che, riconosciute, portano alla scoperta che quanto stai vivendo forse l'hai già vissuto, che è "come entrare a caso in un portone di fresco, scale e odori abituali, posar la giacca, fare colazione e ritrovarsi in giorni e volti uguali". Poi ti accorgi che l'Argentina è solo "un'equazione senza risultato" e allora "c'è la notte... e tutto è via". Insomma, contrariamente a quanto premesso, il turista non è più tale, non è più quello che affascinato dalla milonga cingeva la fascia, saliva a cavallo e partiva per epiche avventure criolle, ma è il disincantato osservatore che dell'Argentina riesce  a trattenere soltanto "quella nostalgia". Anche questa volta, per quanto forse questa sia la canzone più tradizionale (guccinianamente parlando), canto e musica vanno d'accordo più del solito, da una parte con volé inusitate, dall'altra con un sapido mélange in cui fa spicco un basso dal suono particolare (per quanto stoppato 'e accordato sulla cassa della batteria). Con "Gulliver" si torna ad un episodio abituale per Guccini e cioè all'inserimento di un brano cui ha collaborato qualcun altro. Nel caso specifico si tratta di Giampiero Alloisio già appartenente a quell'Assemblea Musicale Teatrale che per un certo tempo accompagnò il cantautore in concerto e che già era presente in "Metropolìs" con "Venezia". Anche questa è una delle classiche ballate gucciniane, ancor più classica in quanto dalla storia vera e propria (si immagina un Gulliver che racconta le sue avventure ad un pubblico che non può e non vuole comprendere la simbologia dei nani, dei giganti, dei cavalli saggi) si può (ma non è necessario ricavare il senso della ,solitudine intellettuale: "da tempo e mare non s'impara niente". Musicisti all'altezza, anzi che fanno miracoli, soprattutto in considerazione della scarna vicenda melodica. "Shomér ma mi-llailah?"? Aggiungiamoci un punto interrogativo in quanto è forse l'episodio più (apparentemente incomprensibile) di tutto l'album.   Diciamo che è lo sfogo cultural-poetico legato ad 'un versetto della Bibbia che ha sempre attirato la curiosità degli interpreti.  Ma "a che punto è la notte, vedetta?" (questa una delle traduzioni del versetto), non significa necessariamente "quanto resta della notte" come interpretato da Guccini, ma anche questo non ha parecchia importanza. E' forse soltanto una scusa per una descrizione quasi onomatopeica fra suoni e versi, orientaleggianti come l’ebraico del versetto della notte eterna della veglia umana, sentinella unica dell’intelletto, che raggiunge la vera conoscenza quando "sa di non sapere", quando capisce il suo “non capire”, quando si rende conto “che una risposta non ci sarà”. Parte musicale all’altezza: dicevamo omeopatica in quanto l’esoticità della lingua non poteva fare a meno di risvegliare flauti e timpani, chitarre con flanger, voci evocanti… Con “Inutile” torniamo su schemi che, se non altro, ci sono più vicini. Anche questa è una storia, non si sa fino a che punto effettiva o simbolica (ma il poeta ha il permesso di fare tutto). E' una storia un po' autunnale, che sa di mare di fine stagione, che sa di avventura di mezz'età, quando le sensazioni non è che siano più blande: semplicemente sono consapevoli, un po’ disincantate, fatte di voglie che non si portano fino in fondo ,non perché non valga la pena, ma perché tutto si esaurisce prima e ormai la noia fa parte della vita. Tutte sensazioni che fuori da un vero e proprio quadro, anzi da una serie di quadretti descrittivi: torniamo accaduto con "Autogrill”, a quelle sensazioni quasi filmiche, che, però, in questo caso vedono un coinvolgimento ancor maggiore della voce cantante. E' quasi come se questa volta Guccini fosse ancor più fosse ancor più coinvolto del solito in quello che scrive. Coinvolgimento che prosegue ed ironicamente conclude con "Gli amici". Non è una storia, è una dichiarazione quasi d'amore per coloro che ti vivono vicino, con i quali hai sintonia d'intenti e di affetti. Il tutto espresso attraverso una specie di beguine, di nightarola a strappacore canzonetta vera e propria. Si vede che quando è coinvolto in prima persona il poeta non ha intenzione di recitare: anche lui, come i semplici mortali, cade nel dolciastro. Ma, sinceramente, anche questa volta lo fa con classe e - perché no - con ironia. Soprattutto quando parla degli amici in serie B (che però oramai son quasi in C).

 

 

Da un’intervista di Beppe Caporale pubblicata su “Boy Music” del 19 agosto 1983:

Copertina della rivista "Boy Music" (1983

In Guccini, il tuo ultimo album, c’è molta musica. Sinceramente è un fatto a cui non si era abituati, nel tuo caso; ti si perdonava addirittura una certa carenza in questo settore… che tipo di scelta è stata?

“Non si tratta di scelta, si tratta di esigenza. Tutti cresciamo, tutti in parte cambiamo… no, non si tratta di cambiamento! Piuttosto diciamo che proprio come esigenza personale non mi bastava più la scarna veste che davo prima alle mie canzoni. Tra l’altro tutto dipende dal fatto che le mie canzoni me le sono cantate sempre e solo io, per cui ben difficilmente mi veniva in mente, o avevo voglia, di farle più musicali. Chiaramente certi suoni mi sono entrati in testa (ma c’erano da sempre, solo che non ci pensavo) e questa volta è andata così”.

 

Pensi, quindi, che si tratti di un episodio?

“Assolutamente no! Basta ascoltare quello che facciamo dal vivo quest’anno: in due ore di concerto non bastano certo i sei brani nuovi e anche le vecchie canzoni hanno subito questa evoluzione. Sinceramente, così trasformate, mi piacciono molto di più, mi sembrano quasi nuove…”

 

 

Da  “L’Unità” del 2 giugno 1983 uno stralcio di un articolo di Michele Serra:

Foto tratta da "L'Unità" (1983)

[...] Giovani e giovanissimi affollano i concerti di Guccini come per ripararsi all'ambra di un corpulento fratello maggiore, con il vocione, la barbona e tutto il resto. Fratello, non padre, e la differenza sta tutta nella naturale complicità con cui questa antica familiarità è vissuta. Accompagnato da alcuni tra i più bravi strumentisti italiani, l'altra sera ha presentato a Milano, in un teatrino già assediato dalla prima afa e dalle prime zanzare, il suo nuovo 33 giri, intitolato senza troppa fantasia (ecco l'unica concessione alla moda, che gli perdoniamo volentieri) Guccini. Sei lunghe canzoni: tema dominante il viaggio. Proprio il viaggio come lo intendeva quell'ultime degli umanisti che fu Kerouac come itinerario di conoscenza e tirocinio esistenziale. Niente «fughe da New York», niente folli corse «da costa a costa».  Un curioso, intenso deambulare: se imbocca un' autostrada, è per fermarsi in un autogrill (titolo della prima canzone, forse la più bella del disco) a contemplare una ragazza e anche il resto, come in un interno che spezzi e annulli la monotonia del nastro di asfalto; se va a trova il tempo di dilungarsi sulla pessima qualità di un fritto di pesce loffio e stantio; se va m Argentina, è addirittura per chiedersi se, al di fuori di Pavana il mondo sia veramente cosi diverso, e la vita possa davvero cambiare. Sostenuto dalla consueta intensità vocale, e questa volta anche da una particolare cura negli arrangiamenti Guccini è un disco vigoroso e mai noioso; persino l'ultima canzone, una di quelle tirate «tra culo al mondo» in cui Francesco celebra il piacere di stare con i suoi pochi amici alla faccia di chi gli vuole male, si rende bene accetta per la gioviale allegria dell'interprete, facendogli perdonare quel tanto di manieristico di cui le sue dichiarazioni-invettive sono spesso intrise. A parte l'ottima riuscita delle canzoni, la qualità della musica, l'indovinata varietà dei testi, come al solito gradevolmente «scolastici» nelle rime, quello che, personalmente, amiamo in questo disco (come in tutti i dischi di Francesco) è la trasparente schiettezza: tra i solchi si sente, sempre, una vena genuina, sincera. Come il vino buono (perdonate la terribile ovvietà della metafora), Guccini invecchia secondo criteri antichi e onesti. lui nulla è artefatto, o dettato da esigenze modaiole. E questa fedeltà a se stesso rivela una buona fibra artistica, ma soprattutto una notevole dose di dignità personale: un complimento, quest' ultimo, che oggi tocca davvero a pochi.

 

I TESTI - LATO A

 

La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e Seven-up,
e il sorriso da fossette e denti era da pubblicità,
come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill,
mentre i sogni miei segreti li rombavano via i TIR...

Bella, d' una sua bellezza acerba, bionda senza averne l' aria,
quasi triste, come i fiori e l' erba di scarpata ferroviaria,
il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere
che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere...

Basso il sole all' orizzonte colorava la vetrina
e stampava lampi e impronte sulla pompa da benzina,
lei specchiò alla soda-fountain quel suo viso da bambina
ed io.... sentivo un' infelicità vicina...

Vergognandomi, ma solo un poco appena, misi un disco nel juke-box
per sentirmi quasi in una scena di un film vecchio della Fox,
ma per non gettarle in faccia qualche inutile cliché
picchiettavo un indù in latta di una scatola di té...

Ma nel gioco avrei dovuto dirle: "Senti, senti io ti vorrei parlare...",
poi prendendo la sua mano sopra al banco: "Non so come cominciare:
non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia?
Non lasciamo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via."

Terminò in un cigolio il mio disco d' atmosfera,
si sentì uno sgocciolio in quell' aria al neon e pesa,
sovrastò l' acciottolio quella mia frase sospesa,
"ed io... ", ma poi arrivò una coppia di sorpresa...

E in un attimo, ma come accade spesso, cambiò il volto d' ogni cosa,
cancellarono di colpo ogni riflesso le tendine in nylon rosa,
mi chiamò la strada bianca, "Quant'è?" chiesi, e la pagai,
le lasciai un nickel di mancia, presi il resto e me ne andai...

Il treno, ah, un treno è sempre così banale se non è un treno della prateria
o non è un tuo "Orient Express" speciale, locomotiva di fantasia.
L' aereo, ah, l' aereo è invece alluminio lucente, l' aereo è davvero saltare il fosso,
l' aereo è sempre "The Spirit of Saint Louis" ,"Barone Rosso"
e allora ti prende quella voglia di volare che ti fa gridare in un giorno sfinito,
di quando vedi un jumbo decollare e sembra che s' innalzi all'infinito.

E allora, perchè non andare in Argentina? Mollare tutto e andare in Argentina,
per vedere com'è fatta l'Argentina...

Il tassista, ah, il tassista non perse un istante a dirci che era pure lui italiano,
gaucho di Sondrio o Varese, ghigna da emigrante, impantanato laggiù lontano.
Poi quelle strade di auto scarburate e quella gente anni '50 già veduta,
tuffato in una vita ritrovata, vera e vissuta,
come entrare a caso in un portone di fresco, scale e odori abituali,
posar la giacca, fare colazione e ritrovarsi in giorni e volti uguali,

perchè io ci ho già vissuto in Argentina, chissà come mi chiamavo in Argentina
e che vita facevo in Argentina?

Poi un giorno, disegnando un labirinto di passi tuoi per quei selciati alieni
ti accorgi con la forza dell' istinto che non son tuoi e tu non gli appartieni,
e tutto è invece la dimostrazione di quel poco che a vivere ci è dato
e l' Argentina è solo l' espressione di un' equazione senza risultato,
come i posti in cui non si vivrà, come la gente che non incontreremo,
tutta la gente che non ci amerà, quello che non facciamo e non faremo,
anche se prendi sempre delle cose, anche se qualche cosa lasci in giro,
non sai se è come un seme che dà fiore o polvere che vola ad un respiro.

L' Argentina, l' Argentina, che tensione! Quella Croce del Sud nel cielo terso,
la capovolta ambiguità d' Orione e l' orizzonte sembra perverso.
Ma quando ti entra quella nostalgia che prende a volte per il non provato
c'è la notte, ah, la notte, e tutto è via, allontanato.
E quella che ti aspetta è un' alba uguale che ti si offre come una visione,
la stessa del tuo cielo boreale, l'alba dolce che dà consolazione

e allora, com'è tutto uguale in Argentina! Oppure, chissà com'è fatta l' Argentina,
e allora... "Don't cry for me, Argentina"...

Nelle lunghe ore d' inattività e di ieri
che solo certa età può regalare,
Lemuel Gulliver tornava coi pensieri
ai tempi in cui correva per il mare
e sorridendo come sa sorridere soltanto
chi non ha più paura del domani,
parlava coi nipoti, che ascoltavano l' incanto
di spiagge e odori, di giganti e nani,
scienziati ed equipaggi e di cavalli saggi
riempiendo il cielo inglese di miraggi...

Ma se i desideri sono solo nostalgia
o malinconia d' innumeri altre vite,
nei vecchi amici che incontrava per la via,
in quelle loro anime smarrite,
sentiva la balbuzie intellettuale e l' afasìa
di chi gli domandava per capire.
Ma confondendo i viaggi con la loro parodia,
i sogni con l' azione del partire,
di tutte le sue vite vagabondate al sole
restavan vuoti gusci di parole...

Poi dopo, ripensando a quell' incedere incalzante
dei viaggi persi nella sua memoria,
intuiva con la mente disattenta del gigante
il senso grossolano della storia
e nelle precisioni antiche del progetto umano
o nel mondo suo illusorio e limitato,
sentiva la crudele solitudine del nano,
sentiva la crudele solitudine del nano
nell' universo quasi esagerato,
due facce di medaglia che gli urlavano in mente:
"da tempo e mare, da tempo e mare,
da tempo e mare, da tempo e mare,
da tempo e mare non s' impara niente..."

I TESTI - LATO B

 

La notte è quieta senza rumore, c'è solo il suono che fa il silenzio
e l' aria calda porta il sapore di stelle e assenzio,
le dita sfiorano le pietre calme calde d' un sole, memoria o mito,
il buio ha preso con se le palme, sembra che il giorno non sia esistito...

Io, la vedetta, l' illuminato, guardiano eterno di non so cosa
cerco, innocente o perchè ho peccato, la luna ombrosa
e aspetto immobile che si spanda l' onda di tuono che seguirà
al lampo secco di una domanda, la voce d' uomo che chiederà:

Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell...

Sono da secoli o da un momento fermo in un vuoto in cui tutto tace,
non so più dire da quanto sento angoscia o pace,
coi sensi tesi fuori dal tempo, fuori dal mondo sto ad aspettare
che in un sussurro di voci o vento qualcuno venga per domandare...

e li avverto, radi come le dita, ma sento voci, sento un brusìo
e sento d' essere l' infinita eco di Dio
e dopo innumeri come sabbia, ansiosa e anonima oscurità,
ma voce sola di fede o rabbia, notturno grido che chiederà:

Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell...

La notte, udite, sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato,
sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato...
Ma io veglio sempre, perciò insistete, voi lo potete, ridomandate,
tornate ancora se lo volete, non vi stancate...

Cadranno i secoli, gli dei e le dee, cadranno torri, cadranno regni
e resteranno di uomini e di idee, polvere e segni,
ma ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà,
che la risposta sull' avvenire è in una voce che chiederà:

Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell...

A Rimini la spiaggia com'è vuota, quasi inutile di marzo,
deserta dell' estate, in ogni simbolo imbecille e vacanziera
e noi, senza nemmeno un poco d' ironia, fra gusci e quarzo,
ad inventare insieme primavera.

Era piovuto piano e senza pause quasi fino a quel momento,
picchiando sopra ai pali della spiaggia il mare si spezzava in lembi;
nel ristorante vuoto il cameriere, assorto e lento,
cifrava il rebus dei cumulonembi.

Compiendo poi quel rito inevitabile e abusato,
corremmo coraggiosi e scalzi lungo la battigia:
di un verde di bottiglia era quel mare affaticato, l' aria una stanza grigia...

Scoprimmo che oggi il mare lascia un povero relitto,
naufragi di catrame e di lattine arrugginite:
parlare era soltanto un altro inutile delitto contro le nostre vite...

Parlare, poi di cosa? Di quel vino troppo freddo e un poco andato?
O di quel fritto misto dato lì con malagrazia naturale?
A chi è triste di suo come un limone già adoperato
dà ancora più tristezza mangiar male...

E dire che volevo regalarti un compleanno un po' diverso,
ma in noi turisti fuori di stagione c'era tutto di sbagliato:
la notte, già una cosa andata via, il mattino perso
e il pomeriggio forse già sciupato...

Però malgrado tutto si era stati bene assieme,
così, senza un futuro, in incertezza intenerita.
Pensavo: "Farlo o no? Parlare o no? Restare assieme e poi cambiarsi vita?

Ma se fossimo stati un' altra coppia fra le tante
avremmo trasformato tutto in quella poca gioia
o avremmo litigato per sfogare ad ogni istante l' urlare della noia?

Domanda forse inutile, com'era forse inutile quel giorno,
da prendere così come veniva, senza calcolare il resto;
ci salutammo in fretta e in fretta anch' io feci ritorno:
di marzo si fa sera ancora presto...

I miei amici veri, purtroppo o per fortuna,
non sono vagabondi o abbaialuna,
per fortuna o purtroppo ci tengono alla faccia:
quasi nessuno batte o fa il magnaccia.

Non son razza padrona, non sono gente arcigna,
siamo volgari come la gramigna.
Non so se è pregio o colpa esser fatti così:
c'è gente che è di casa in serie B.

Contandoli uno a uno non son certo parecchi,
son come i denti in bocca a certi vecchi,
ma proprio perchè pochi son buoni fino in fondo
e sempre pronti a masticare il mondo.

Non siam razza d' artista, nè maschere da gogna
e chi fa il giornalista si vergogna,
non che il fatto c' importi: chi non ha in qualche posto
un peccato o un cadavere nascosto?

Non cerchiamo la gloria, ma la nostra ambizione
è invecchiar bene, anzi, direi... benone!
Per quello che ci basta non c'è da andar lontano
e abbiamo fisso in testa un nostro piano:

se e quando moriremo, ma la cosa è insicura,
avremo un paradiso su misura,
in tutto somigliante al solito locale,
ma il bere non si paga e non fa male.

E ci andremo di forza, senza pagare il fìo
di coniugare troppo spesso in Dio:
non voglio mescolarmi in guai o problemi altrui,
ma questo mondo ce l' ha schiaffato Lui.

E quindi ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi,
cosa che a questo mondo han fatto in pochi,
voglio veder chi sceglie, con tanti pretendenti,
tra santi tristi e noi più divertenti,
veder chi è assunto in cielo, pur con mille ragioni,
fra noi e la massa dei rompicoglioni...