Quello che non


IL DISCO

Registrato al Cetra Art Recording di Milano nella primavera del 1990, Quello che non... è il quindicesimo album di Francesco Guccini.

Con Francesco Guccini alla voce hanno suonato ne disco: Ellade Bandini (batteria e percussioni), Juan Carlos «Flaco» Biondini (chitarre), Roberto Manuzzi (sax, armonica), Roberto Marchiò (violino), Ares Tavolazzi (basso), Vince Tempera (piano e tastiere).

Programmazione tastiere: Piero Cairo. Arrangiamenti: Vince Tempera.

Copertina degli spartiti musicali di "Quello che non"

Tecnico del suono: Ezio De Rosa. Mixaggio: Ezio De Rosa e Renzo Fantini, con l'assistenza di Alberto Boi e Claudio Pois.

La produzione è di Renzo Fantini.

L'album è stato distribuito in formato LP, MC e CD.

Gli spartiti di Quello che non sono stati pubblicati da Edizioni

Musicali La Voce del Padrone.

 

 

CURIOSITA'

La copertina è stata curata da Raffaella Cavalieri e Roberto Serra.

La canzone Æmilia era già stata incisa nel 1988 da Guccini insieme a Lucio Dalla e Gianni Morandi nell'album dei due intitolato "Dalla/Morandi".

Canzone delle domande consuete è stata interpretata da Franco Simone nel suo album DVD Dizionario (rosso) dei sentimenti (2003).

Nel testo della canzone Le ragazze della notte vengono citate alcune canzoni, tra cui Bella senz'anima di Riccardo Cocciante, Ne me quitte pas di Jacques Brel e Il cielo in una stanza di Gino Paoli.

RECENSIONI

Da “Blu” del 1990 e da “Ciao 2001” del 18 settembre 1990:

Francesco Guccini, abituato a confrontarsi, racconta il risultato di questo suo ragionamento attraverso le otto canzoni del nuovo album, il sorprendente "Quello che non...''. Questa volta però, non è solo il lato poetico a colpire per ricchezza e profondità, quanto il trovare un Guccini rinnovato dal punto di vista musicale, pronto ad affrontare con successo i marosi di una ricerca che anche in questo caso ha dato frutti prelibati. Così ci troviamo di fronte all'impatto della title-song e ad una costruzione fatta per catturare chi ascolta, oppure possiamo perderei nelle atmosfere deliziosamente retrò di una beguine, di un tango (''Tango per due"), restare incantati dall'arpeggio in chiave di gavotta (“Ballando con uno sconosciuto”) o allettarci con un blues eseguito con tanto di contrabbasso con archetto e batteria con le spazzole. Tutto questo è stato confezionato da Francesco e dai suoi compagni di sala secondo i canoni di una modernità quasi inusitata che ha giovato, sottolineandole, le liriche del 33. Ecco cosa ne pensa l'autore.

Foto tratta dalla rivista "Ciao 2001" (1990)

Per qual motivo hai intitolato il tuo nuovo disco, "Quello che non... "?

Perché è più facile dire quello che non. Con questo intendendo riassumere un momento di domande e tu sai che io per quello che riguarda le domande vado a nozze; l'importante è chiedersi il perché delle cose, con questo volendo fare una sorta di bilancio sia generazionale che d'età, mia e collettiva... riassume quindi un momento di attenzione e curiosità. Quindi "Quello che non..." la dice più lunga di un'affermazione, dell'essere qualche cosa, che è difficile affermare. E' un titolo in sospeso che non vuole chiarire.

[…]

Cosa è cambiato stavolta. Qualcosa in te?

Non lo so; posso dirti che stavolta avevo le canzoni in testa da tempo, quindi i pezzi erano già in me, tranne due che sono nuovi in senso assoluto.

Quando dici che le "avevi in testa", cosa intendi dire, che avevi chiaro il concetto da trattare?

Voglio dire che avevo l'idea del pezzo, il concetto... addirittura pensa che nel disco c'è un pezzo di cui scrissi una strofa una decina di anni fa, che ho chiamata "Canzone per Anna" e che poi abbandonai... è un pezzo questo che parla di una donna che potrebbe avere la mia età, o forse qualcosa di meno di me... tra i quaranta e i cinquanta, che vive sola, e il bilancio non è positivo per lei. Ed è un blues che avevo iniziato dieci anni fa e che poi, per una serie di circostanze favorevoli ho ripreso e finito per questo disco.

C'è qualcosa di questo pezzo che può essere definito autobiografico?

No, assolutamente, sono al di fuori da questa cosa, è che questa canzone l'avevo iniziata come idea, ma allora non avevo più stimoli per portarla avanti e finirla. Casualmente un amico giornalista me ne ha ricordato l'esistenza, chiedendomi che fine aveva fatto quel brano. Così l'ho ripresa in mano e ti dirò che l'ho finita in un attimo, quando mi ci sono messo improvvisamente l'ho avuta tutta chiara in me ed è uno dei pezzi che mi soddisfa di più di tutto il disco.

Nel disco c'è la tua versione di "Emilia"; per quale motivo l'hai incisa anche tu?

Come sai di questo pezzo io ho scritto il testo e Lucio Dalla la musica e nella versione edita su "Quello che non... " l'arrangiamento ed i suoni sono diversi. L'ho voluta riprendere perché innanzitutto mi sembrava giusto, poi perché queste sono cose che in Italia raramente si fanno... ed è uno sbaglio perché se una canzone la ritieni valida la puoi anche rifare a modo tuo secondo la tua voce, la tua interpretazione, il tuo modo di viverla.

 C'è qualche altro pezzo nel disco che ti portavi dietro da tempo?

Sì, di questo non avevo scritto nulla, ma era in me da parecchio ed era un tango che ho intitolato "Tango per due" e che vede una coppia di anziani che ballano in una balera, come succede da noi il sabato sera. E naturalmente questa immagine è il pretesto per una serie di considerazioni sul vivere, sulla coppia, sul fatto se vale la pena di rimanere assieme per tanti anni e se può rimanere quel tipo di amore fino alla fine... Il fatto è che forse a volte ci affanniamo a cercare delle cose complesse mentre invece la verità sta invece nelle cose più semplici, magari anche in quelle che noi chiamiamo "banali", ma che banali invece poi non sono, sono solo semplici. Ecco anche in questa occasione non mi veniva il prosieguo del testo ed invece nel periodo in cui mi sono messo a lavorarci per il disco mi è venuto tutto in una volta... non che io dovessi fare per forza un album, anche perché io non sono in condizioni di "dovere" mai fare un disco per forza... però partendo da queste due canzoni sono riuscito a trame la spinta per comporre anche il resto dell'album. A dire il vero c'è un'altra canzone la cui idea mi frullava in testa da tempo ed è un brano imperniato su personaggi femminili notturni, "Le ragazze della notte", senza che queste necessariamente debbano essere delle prostitute, quei personaggi che puoi incontrare nei bar di notte, quelle che stanno più che con i malavitosi veri e propri, con i bulletti di mezza tacca ed in questo brano noto un parallelismo strano tra la vita loro e la mia, anche se so che...

Come animale notturno?

Certo, come animale notturno, ma anche per il senso di malinconia che ci assale, per quello che forse né io né loro siamo mai riusciti ad ottenere, come tutti poi d'altra parte...

C'è un brano in "Quello che non... " che è ambientato a Modena.

Ti riferisci a "Cencio"; l'idea di un pezzo sul mio amico nano e quindi il luogo dove si svolge la storia e la Modena degli anni '50, volevo realizzarlo da tempo. Chiaro che questo brano è anche una scusa per ripensare alla mia giovinezza, ma soprattutto per pensare al come non capivo allora... da un lato era un fenomeno positivo perché da parte nostra non c'era nessun sentimento che potesse portare alla emarginazione, però dall'altro non capivamo bene che differenza c'era tra lui e noi, quello che poteva avere in testa lui in quel periodo e soprattutto la sua fuga per andare in un circo, cosa questa che rende parecchio particolare la storia... tutto serve poi per permettermi di fare le dovute considerazioni sul periodo, su cosa eravamo noi ragazzotti d'allora, eccetera... il pezzo si chiama "Cencio" che è una mia variante del soprannome che gli davamo allora.

Nel lavoro c'è anche un pezzo scritto da Claudio Lolli, ripreso da te in modo del tutto nuovo...

Sì, come è già successo con "Keaton" ho rivisto il pezzo di Claudio dal punto di vista dei testi, mentre Juan Carlos Biondini, "Flaco", ha rivisitato le musiche ...

Rivisitato in che senso?

Come in "Keaton" e con il permesso di Claudio che ha sempre molta fiducia in me, ho ritoccato alcune cose, a livello di testo che non dico che non le condivido, ma che sento di dover esporre in un altro modo... cioè il concetto resta lo stesso, solo si tratta di un diverso modo di parlo. Poi musicalmente parlando sia per me che per "Flaco'' era una canzone che aveva bisogno di impennarsi un pachino, una canzone molto diversa dalle altre, un po' come era "Keaton" in "Signora Bovary".

Diversa da che punto di vista?

Beh, bene o male tutti noi abbiamo uno stile ben preciso e si sente che questo è un pezzo che si mescola in una maniera particolare con gli altri.

Foto tratta dalla rivista "Blu" (1990)

Puoi tracciare un parallelo tra questo lavoro rispetto a "Bovary" ... Come ti sembra?

A me sembra più completo, nel senso che abbiamo continuato ed approfondito il nostro discorso di estrema libertà, per quanto riguarda l'impostazione; lo stile è sempre il nostro, i musicisti sempre gli stessi, l'estrema libertà di cui ti parlavo è relativa agli arrangiamenti, alle atmosfere... vedi negli anni '70 si era molto più legati ad uno stile che spesso veniva da "fuori". La chitarra suonata in quel modo secondo il tale disco e così via... adesso i musicisti sono maturati molto per cui ci sono possibilità di creare cose più originali. Oggi il bassista ha un suo suono e così il chitarrista e così via, per cui si riesce ad essere nuovi nell'impasto e questo è importante. Per quello che riguarda i testi mi sono trovato a scrivere delle cose più mature, di riuscire a dire delle cose abbastanza complesse... forse la più complessa in questo senso è quella di "Cencio", le altre sono complesse però non si capisce, perché per me sono estremamente semplici come svolgimento; le altre cioè hanno una certa immediatezza che però permette di scoprire che ci sono altri aspetti, livelli più profondi su cui riflettere. Tornando a parlare dell'aspetto sonoro di questo album trovi cose come un tango, che è un tango e c'è un blues che viene eseguito in modo classico, non ci sono vie di mezzo, lo esegui con un contrabbasso acustico, suonato da Tavolazzi.

In "Le ragazze della notte" mi ha stupito una frase dove dici che queste ragazze forse sognano una vita più normale...

Chissà se "sognano vite più normali, mentre la vita gira, gira, gira". Chissà, forse hanno desiderio di avere una famiglia come tante, figli... anche in questo caso dietro ai personaggi delle "Ragazze della notte" ci sono personaggi reali, il barista è un vero barista che ha un nome, il bar esiste, le ragazze hanno nomi, poi da lì passo dal particolare al generale...

[…]

Mi pare che in "Le ragazze di notte", "Cencio" e "Tango per due", sia presente un elemento come il tempo che trascorre inesorabile...

C'è anche il tempo, che poi è uno degli argomenti a ricorrere più spesso nelle mie canzoni... in questo caso c'è anche, vedi ad esempio "Canzone per Anna", oltre al tempo, la realtà che entra, il legame con il vivere.

Non abbiamo parlato ancora di "Ballando con una sconosciuta"...

E' stata la prima canzone dell'ultima buttata, visto che penso di non aver mai fatto canzoni direttamente d'amore; anche se questa è una canzone d'amore non dichiaratamente così, cioè si capisce...

Qual è il pezzo di questo album che ti soddisfa maggiormente?

Come riuscita, intesa sia dal punto di vista poetico che musicale è il blues, il tango mi piace molto, così come mi piace anche "Le ragazze della notte", anche se io lo avrei fatto con un Fado come tempo, alla fine invece gli altri musicisti mi hanno convinto nel non farlo. Le altre sai, sono tutte buone ... però quella d'amore, ha un difetto d'esecuzione e sono sicuro che verrà bene sul palco: questo perché è una canzone da interpretare tutta e se la interpreto non vado a tempo, non posso andarci, o meglio è il gruppo a seguirmi, mentre nel disco ho dovuto andarci e ne sono venute fuori delle forzature che l'ascoltatore non sentirà, ma per me, a livello interpretativo ci sono. E' un brano questo che deve dilatarsi di più, avendo delle accelerazioni e dei rallentamenti, se avessi fatto così in sala solo per registrare questo pezzo ci avremmo messo almeno tre giorni.

A proposito, quanto tempo siete stati in sala?

Abbiamo tenuto i nostri ritmi, che sono divenuti piuttosto sostenuti, per cui in un solo mese abbiamo fatto tutto, compresi i missaggi. Perché per me è inutile complicarsi la vita, io, ad esempio sento di gente che entra in sala senza aver ancora scritto i testi; allora cosa ci va a fare? Se i testi sono pronti, le musiche sono definite, i musicisti quelli di sempre, al massimo potrai perdere tempo sull'arrangiamento di un pezzo, non di più, e difatti in un mese abbiamo fatto tutto senza creare nulla di affrettato, anzi nel disco ci sono parecchie "chicche".

 

 

Da “Novella 2000” del 1 dicembre 1990:

Foto tratta dalla rivista "Novella 2000" (1990)

[…] Quello che non... siamo: Francesco, ha tutta l'aria di essere una resa.

«No, sono i miei dubbi, io vivo eternamente nel dubbio. Però visto che non sono ancora riuscito a capire con chiarezza come vorrei essere mi è risultato più facile dire quello che non vorrei essere. Così, andando per eliminazione, forse ci arrivo».

Non sono storie allegre, eppure sono vigorose, non comunicano amarezza...

«È come sciogliere un nodo, andare finalmente al nocciolo del dolore, del problema, non ti spaventa più niente perché ce l'hai da guardare, chiaro, brutto o bello che sia. La conoscenza non spaventa mai. Non sono canzoni pessimiste; è una voglia di riscoprire la vita attraverso il quotidiano, approfittando di tutte le piccole cose belle che ci vengono offerte per farei star bene. Rivalutare l'amore e l'affetto».

“Canzone per Anna”, “Le ragazze della notte”, “Ballando con una sconosciuta”, “Tango per due”, sono canzoni intense, carnali a volte. Come ti nascono dentro?

«Le mie canzoni non sono scritte a tavolino e nel momento in cui le canto c'è tutta la carnalità che ci ho messo a scriverle. Ma se ti dico come mi sale l'ispirazione poi arriva lo sterile Roberto d'Agostino ed estrapola una frase dall'intera intervista, tanto per fare il suo gioco al massacro. È il' gioco dei cinici quello di mandare i sentimenti al massacro».

 

 

 

Da “Rock Star” del dicembre 1990:

Ha fatto un disco in omaggio alla quotidianità, alla vita di tutti i giorni, a quella che in apparenza scorre monotona, le giornate sempre uguali, gli amici, gli amori sempre quelli: Francesco Guccini ha fatto della semplicità poesia, delle solite cose belle canzoni. “Quello che non…” il titolo del nuovo album, è il non detto, sono le omissioni, per vergogna, per autocensura, per divieto, chissà perché. E Guccini ci invita alla riscoperta dell'amore, dell'affetto, della curiosità, della vivacità. C'è anche una canzone d'amore "Canzone delle domande consuete". «E' la prima, dichiarata, che ho scritto» per chi non lo dice. Ed è canzone di dubbi e domande, una canzone urlata sottovoce con un finale ottimista, dice «Fuori c'è ancora una città? Se c'è ancora balliamoci dentro stasera, con gli amici cantiamo una nuova canzone... ».

Foto tratta dalla rivista "Rock Star" (1990)

Era da tempo che Guccini non usciva con un nuovo disco: l'ultimo era stato nel 1987 (nell'88 era uscito un antologico), quella “Signora Bovary” con una copertina drappeggiata di rosso come a voler tirar su il sipario sul nuovo Guccini; finalmente la sua diventava soltanto una voce poetica: il simbolo delle sinistre, a dispetto del suo accento, si era definitivamente liberato del ruolo. Guccini privato, non più politico, Guccini neorealista, schizzi di vita, momenti, odori, colori sottili, come d'acquerello. Basta ascoltare "Canzone Per Anna" e, se avete più di quarant'anni e siete donne sole, rabbrividire. «E' una canzone che ho scritto dieci anni fa» dice lui quasi a schermirsi. Anna non lo perdonerà... «Anna non esiste, o meglio quella della canzone è una situazione reale, ma non ho nessuna amica che si chiama Anna». E il nome diventa l'alibi per non riconoscersi mai in una sera che scende sui ricordi, sui rapporti del passato, su un presente che non dà soddisfazione. "Fa niente» dice Anna "danno in TV un programma intelligente, ci vuole un the aromatico e bollente, poi il sonno arrivi a poco a poco».

Un disco triste. "Sono stato accusato di aver dato alle canzoni di questo mio album la stessa atmosfera. Non credo sia vero. Il fatto è che le canzoni sono state scritte di getto, da gennaio ad aprile. Alcune esistevano nella memoria da anni, come "Canzone Per Anna", ma da anni erano ferme alla prima strofa: solo le prime due, «Quello che non" e "Le domande consuete", si possono dire davvero nuove, scritte in pochi minuti. Non credo sia un disco triste, è semmai maturo». Come "Signora Bovary"? «Più maturo». Che cosa vuoi dire crescere? «Oggi mi accorgo di una nuova forza centripeta, qualcosa che si rivolge all'interno, che porta ad apprezzare le cose vicine senza cercare a distanze impossibili». […]

Il mestiere di raccontare, di descrivere. E nel disco ci sono i quadretti consueti che con due parole ti precipitano nelle situazioni. Così ci si trova in una città qualunque con "Le ragazze della notte" con il loro «trucco e toilettes che si spampanano piano come il ghiaccio va in acqua dentro al tumbler squagliandosi col caldo della mano». O in una sala da ballo d'antan, spettatori di quel "Tango per due", una musica argentina che ha composto lui stesso e che il suo fedele chitarrista argentino "Flaco" Biondini si è divertito a suonare, ad arrangiare. La canzone descrive una «coppia che sta silenziosa, un po' rigida e in posa, a ballare, una sera». Lui è «biella, stantuffo, leva, muscoli, grinta, officina, sole. Lei quiete, chitarra, vela, segreti, donna, calori, viole. Lui bar, alcol, nicotina, capelli indietro, cravatta, bici. Lei raion, lei signorina, la permanente coi ricci». «Era da tanto tempo che volevo scrivere un tango, mi ci ero messo tante volte, alla fine ci sono riuscito».

Nel disco c'è anche "Emilia" scritta a quattro mani con Lucio Dalla (“Emilia allungata fra l'olmo e il vigneto, voltata a cercare quel mare mancante e il monte Appennino rivela il segreto e diventa un gigante... lungo la strada tra una pizza e un duomo hai messo al mondo questa specie di uomo: vero, aperto, finto, strano, chiuso, anarchico, verdiano, brutta razza l'emiliano!”); c'è "Ballando con una sconosciuta" scritta con Claudio Lolli; c'è “Cencio”, l'amico nano finito in un circo (“Qualcuno m'ha detto che vivi in provincia con una ballerina bulgara o rumena; chi sa se hai poi trovato di dentro la tua vera altezza”). Con Guccini ritrovi il piacere di ascoltare le storie, quelle di una terra, di una vita. «Dicono che quest'anno sono arrivato a metà» dice lui «speriamo di no, mica voglio vivere cent'anni io».

 

 

I TESTI - LATO A

 

La vedi nel cielo quell' alta pressione, la senti una strana stagione?
Ma a notte la nebbia ti dice d' un fiato che il dio dell' inverno è arrivato.
Lo senti un aereo che porta lontano? Lo senti quel suono di un piano,
di un Mozart stonato che prova e riprova, ma il senso del vero non trova?

Lo senti il perchè di cortili bagnati, di auto a morire nei prati,
la pallida linea di vecchie ferite, di lettere ormai non spedite?
Lo vedi il rumore di favole spente? Lo sai che non siamo più niente?
Non siamo un aereo né un piano stonato, stagione, cortile od un prato...

Conosci l' odore di strade deserte che portano a vecchie scoperte,
e a nafta, telai, ciminiere corrose, a periferie misteriose,
e a rotaie implacabili per nessun dove, a letti, a brandine, ad alcove?
Lo sai che colore han le nuvole basse e i sedili di un' ex terza classe?

L' angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita...

Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo...
Si fa a strisce il cielo e quell' alta pressione è un film di seconda visione,
è l' urlo di sempre che dice pian piano:
"Non siamo, non siamo, non siamo..."

Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente
come se il tempo per noi non costasse l' uguale,
come se il tempo passato ed il tempo presente
non avessero stessa amarezza di sale.

Tu non sai le domande, ma non risponderei
per non strascinare parole in linguaggio d' azzardo;
eri bella, lo so, e che bella che sei,
dicon tanto un silenzio e uno sguardo...

Se ci sono non so cosa sono e se vuoi
quel che sono o sarei, quel che sarò domani,
non parlare non dire più niente, se puoi,
lascia farlo ai tuoi occhi, alle mani...

Non andare... vai... Non restare...stai... Non parlare... parlami di te...

Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse,
trascinate dai giorni come piena di fiume
tante cose sembrate e credute diverse,
come un prato coperto a bitume.

Rimanere così, annaspare nel niente,
custodire i ricordi, carezzare le età;
è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
del diritto alla felicità...

Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perchè?
Non lo so, non lo sai; siamo qui o lontani?
Esser tutto, un momento, ma dentro di te,
aver tutto, ma non il domani...

Non andare... vai.. Non restare...stai... Non parlare... parlami di te...

E siamo qui spogli in questa stagione che unisce
tutto ciò che sta fermo, tutto ciò che si muove,
non so dire se nasce un periodo o finisce,
se dal cielo ora piove o non piove...

Pronto a dire "buongiorno", a rispondere "bene",
a sorridere a "salve", dire anch'io "come va?"
Non c'è vento stasera. Siamo o non siamo assieme?
Fuori c'è ancora una città?

Se c'è ancora balliamoci dentro stasera,
con gli amici cantiamo una nuova canzone...
tanti anni e son qui ad aspettar primavera,
tanti anni ed ancora in pallone...

Non andare... vai... Non restare...stai... Non parlare... parlami di te...
Non andare... vai... Non restare...stai... Non parlare... parlami di noi...

La luce incerta della sera getta fantasmi ed ombre sulla tua finestra,
non pensi o non vorresti più pensare.
Bambine in fiore con sorrisi ambigui che lungo i colli si faranno cupi,
rincasano veloci per mangiare.

E tu, che hai già conosciuto questo gioco,
non sai più com'era in quel passato,
non sai se sorridere od urlare.

Non sei più bella come un tempo quando cercò il tuo corpo quello di un compagno,
dimmi se fu paura o fu piacere.
Ma adesso senti il tempo che ti abbraccia come qualcosa che ti segna in faccia,
che non si vede ma che sai d' avere

E' come quel male a cui non si dà il nome,
un' ossessione circolare
fra la volontà ed il non potere.

Brandelli di canzoni, frasi e televisioni parlano dalle finestre aperte,
in un telegiornale qualcuno il bene o il male denuncia, auspica, avverte;
frasi del quotidiano ti sfiorano pian piano ed entrano senza toccarti
s' infilano negli angoli della tua casa suoni che tu non sai.

Un uomo in canottiera, dietro ad una ringhiera, innaffia dei fiori cittadini.
Un grido e un pianto acuto già spenti in un minuto segnalano tragedie di bambini,
odori di frittate e minestre riscaldate combattono lo smog di un diesel,
un fuoristrada assurdo che romba per partire e non va mai.

E tu sei sola sola sola sola, ti senti sola sola sola sola e pensi a un figlio temuto che ora non hai.
Ma dura un attimo quel tuo pensiero, atomo incerto in mezzo al falso e al vero,
per lasciar posto ai giorni che vivrai...

Niente "se" e "forse", fra le occasioni avute e perse
restano solo ore scomparse,
di certo hai solo quello che farai...

La luce incerta della sera fonde col buio che entra, e presto si confonde tutto,
come a chi guarda senza un fuoco;
la luce accendi e in viso si disegna forse un sorriso che le labbra spiega
come se fosse stato tutto un gioco...

Fa niente, danno in TV un programma intelligente,
ci vuole un tè aromatico e bollente
e poi che il sonno arrivi a poco a poco...

Si è levata dai deserti in Mongolia occidentale
una nuvola di morte, una nuvola spettrale che va, che va, che va...
Sopra i campi della Cina, sopra il tempio e la risaia,
oltrepassa il Fiume Giallo, oltrepassa la muraglia e va, e va, e va...

Sopra il bufalo che rumina, su una civiltà di secoli,
sopra le bandiere rosse, sui ritratti dei profeti,
sui ritratti dei signori
sopra le tombe impassibili degli antichi imperatori...

Sta coprendo un continente, sta correndo verso il mare,
copre il cielo fino al punto dove l' occhio può guardare e va, e va, e va...
Sopra il volo dei gabbiani che precipitano in acqua,
sopra i pesci che galleggiano e ricoprono la spiaggia e va, e va, e va...

Alzan gli occhi i pescatori verso un cielo così livido,
le onde sembra che si fermino, non si sente che il silenzio
e le reti sono piene
di cadaveri d'argento...

Poi le nuvole si rompono e la pioggia lenta cade
sopra i tetti delle case, tra le pietre delle strade,
sopra gli alberi che muoiono, sopra i campi che si seccano,
sopra i cuccioli degli uomini, sulle mandrie che la bevono,
sulle spiagge abbandonate una pioggia che è veleno
e che uccide lentamente, pioggia senza arcobaleno
che va, che va, che va, che va, che va!

I TESTI - LATO B

 

Che cosa cercano le ragazze della notte, trucco e toilettes che si spampanano piano
come il ghiaccio va in acqua dentro al tumbler squagliandosi col caldo della mano,
e frugano con gli occhi per vedere un viso o un' ombra nell' oscurità
o per trovare qualcuno a cui ripetere le frasi solite di quell' umanità...

Ma chi aspettano le ragazze della notte in quei bar zuppi di alcolici e fiati,
di uomini vocianti che strascinano pacchi di soldi forse male guadagnati,
le vedi appendersi adoranti e innaturali a quei califfi cui io non darei una lira;
chissà se sognano vite più normali mentre la notte gira gira gira...

E si mettono a cantare un po' stonate quando qualcuno va a picchiare un piano,
canzoni vecchie, storie disperate, gli amori in rima di un tempo già lontano
e si immedesimano in quelle parole scritte per altre tanto tempo fa,
"Bella senz' anima", "Quando tramonta il sole",
"Suona un' armonica", "Ne me quitte pas", "Ne me quitte pas"...

Che cosa dicono le ragazze della notte a quei baristi ruffiani e discreti
che si chinano preteschi sul bancone per confessare chissà quali segreti
e poi guardano in controluce a un bicchiere e agili danzano versando un liquore;
quanto da dire e quanto c'è da bere mentre la notte macina le ore...

Oh, come amo le ragazze della notte così simili a me, cosi diverse,
noi passeggeri di treni paralleli, piccoli eroi delle occasioni perse,
anche se so che non ci incontreremo, ma solamente ci guardiamo passare,
anche se so che mai noi ci ameremo con il rimpianto di non poterci amare...

Finchè anche dai vetri affumicati spinge la luce ed entra all' improvviso
e autobus gonfi di sonni arretrati passano ottusi nel mattino intriso
di edicole che espongono i giornali pieni di fatti che sappiamo già,
di cappucci e brioche e dei normali rumori che ha al mattino una città...

Ma dove vanno le ragazze della notte che all' alba fuggono complice un taxì,
stanche di tanto, piene del rimorso d' avere forse detto troppi sì,
ma lo scacciano presto ed entra in loro solo un filo di spossatezza leggera,
che le accompagnerà lungo il lavoro, che condurrà diritto fino a sera...

Ma chi sono le ragazze della notte...

Coppia che sta silenziosa, un po' rigida e in posa, a ballare, una sera:
la vita è solo una cosa rimasta indietro non c'è più, ma c'era;
composta e indomenicata, eleganza sfuocata raggiunta a fatica,
l' oggi ha cambiato facciata, ma di quell' ieri passato io so
che tante ne potreste raccontare e il ricordo stempera e non guasta
quante cose e facce da narrare che come si dice un romanzo non basta,
nate con un rapido "a domani", continuate in giorni di "si" e "no",
lampi sotto cieli suburbani e raffica il tango che vi presentò...

Lui biella, stantuffo, leva, muscoli, grinta, officina, sole
lei, lei quiete, chitarra, vela, segreti, donna, calore, viole,
lui bar, alcol ,nicotina, capelli indietro, cravatta, bici,
lei, lei rayon, lei signorina, la permanente coi ricci...

Coppia di fronte a un bianchino, anonimo vino frizzante anidride:
la vita che buffa cosa, ma se lo dici nessuno ride.
Coppia legata dai giorni, partenze e ritorni, fortezza e catena,
datemi i vostri ricordi, ditemi che ne valeva la pena...

Ora le luci son spente, sta uscendo la gente, saluti e rumore,
ditemi che avete in mente, come una volta, di fare l' amore,
quello che è stato un segreto di un prato o di un greto, del buio di un viale,
quel gioco ardente e discreto, da allora sempre diverso ed uguale...
chi lo sa se ciò che è da cercare, ciò che non sai mai se vuoi o non vuoi,
sia così banale da trovare, sia lungo ogni strada, sia a fianco di noi,
perso in tante scatole di odori, angoli e tendine che non so
impronte di paesaggi e di colori, manciata di un tango che vi accompagnò...

Lui biella, stantuffo, leva, muscoli, grinta, officina, sole
lei, lei quiete, chitarra, vela, segreti, donna, calore, viole,
lui bar, alcol, nicotina, capelli indietro, cravatta, bici,
lei, lei rayon, lei signorina, lei, lei...

Ci sarà forse ancora, appesa in qualche angolo
o a macchiare di ricordi un muro dell'Associazione Bocciofila Modenese,
fra mucchi di coppe e trofei vinti in tornei ogni volta "del secolo",
glorie oscure di eroi dell' a punto, del volo, delle bocciate secche e tese
quella foto sul pallaio, presa una sera di quasi estate
con me e Cencio vicini, fintamente assorti a guardare il punto,
perché l'umorismo popolare volle immortalare assieme me, il Gigante,
e Cencio il Nano, viso già d' uomo serio, compreso, quasi compunto...

Non so come sia capitato in mezzo a noi, confuso branco adolescente di un periodo oscuro
di amori e di domande che gonfiavano la testa e i fianchi a ondate sofferte ma cercate
e poi quei raspare fra sottovesti in nailon, rubando al buio quel po' di rubabile,
scoprire e esser scoperti, coraggiosi ed incerti e dopo,
in branco, raccontarsi e tutti a turno ad ascoltarsi, ma lui...

Eh, lui non aveva un amore da dire, no, lui non aveva una storia,
solo crearsi avventure di cosce e di seni che poi ci sparava a brutto muso
e noi lì ad ascoltarlo sorridendo, senza razzismo né boria,
ma senza capire ciò che voleva essere anche lui, solo un normale adolescente ottuso.

Eppure usava lo stesso barbaro gergo e gli stessi jeans consumati
e amava gli stessi film di bossoli e marines lungo i mari giapponesi,
parlava di rock e fumetti, e non perdeva i cartoni animati
e come noi guardava esplodere il mondo con gli stessi occhi attenti, spauriti, sorpresi...

Ma cosa pensava lontano da noi, cosa sognava quand' era da solo?
Con le stesse voglie e con gli stessi eroi, ma ali più piccole per lo stesso volo.
Forse sognava anche troppo e davvero, certo in quel branco si sentiva perso.
Dove scappare per sentirsi vero, dove fuggire per non essere diverso?
E sognò il circo, realtà capovolta, mondo di uguali perché tutti strani,
la nostra solita realtà stravolta, quell' Eden senza giganti o nani.
"Cencio è scappato via, ma l' han già beccato!" Dopo due giorni era già ritornato...

Ma il tempo più ottuso di noi incalza per tutti, sia per i giganti che i nani:
chi immaginava allora che ognuno sarebbe finito in un proprio circo personale?
Vincenti o perdenti non importa, ma quasi mai secondo i propri piani,
con la faccia tinta, sul trapezio, fra i leoni, solo attenti a non farsi troppo male.
Qualcuno m' ha detto che vivi in provincia, con una ballerina bulgara o rumena;
chissà se hai poi trovato di dentro la tua vera altezza?
Addio amico venuto dal passato per un momento appena,
addio giorni andati in un soffio, amici mai più incontrati; s'ciao, giovinezza...

Le Alpi, si sa, sono un muro di sasso, una diga confusa, fanno tabula rasa
di noi che qui sotto, lontano, più in basso, abbiamo la casa;
la casa ed i piedi in questa spianata di sole che strozza la gola alle rane,
di nebbia compatta, scabrosa, stirata che sembra di pane
ed una strada antica come l' uomo marcata ai bordi dalla fantasie di un duomo
e fiumi, falsi avventurieri che trasformano i padani in marinai non veri...

Emilia sdraiata fra i campi e sui prati, lagune e piroghe delle terramare,
guerrieri del Nord dai capelli gessati, ne hai visti passare!
Emilia allungata fra l' olmo e il vigneto, voltata a cercare quel mare mancante
e il monte Appennino rivela il segreto e diventa un gigante.
Lungo la strada fra una piazza e un duomo hai messo al mondo questa specie d' uomo:

vero, aperto, finto, strano, chiuso, anarchico, verdiano... brutta razza, l' emiliano!

Emilia sognante fra l' oggi e il domani, di cibo, motori, di lusso e balere,
Emilia di facce, di grida, di mani, sarà un grande piacere
vedere in futuro da un mondo lontano quaggiù sulla terra una macchia di verde
e sentire il mio cuore che batte più piano e là dentro si perde...
passeggia un cane e abbaia al vento un uomo...

Ora ti saluto, è quasi sera, si fa tardi, si va a vivere o a dormire da Las Vegas a Piacenza,
fari per chilometri ti accecano testardi, ma io sento che hai pazienza, dovrai ancora sopportarci....