Ritratti


IL DISCO

Registrato, mixato e masterizzato presso Studio Fonoprint di Bologna da Roberto Barillari con l'assistenza di Giacomo Boschi e Paolo Biavati, Ritratti  è il ventesimo album di Francesco Guccini.

Pubblicato nel 2004 dalla EMI, l’album è stato prodotto da Renzo Fantini.

Con Francesco Guccini alla voce, hanno suonato nel disco: Ellade Bandini (batteria Pearl, piatti Sabian), Juan Carlos «Flaco» Biondini (chitarre, cori e bouzouki), Roberto Manuzzi (sax, tastiere e armonica a bocca), Ares Tavolazzi (contrabbasso e basso), Vince Tempera (pianoforte e tastiere), Antonio Marangolo (sax e percussioni), Daniele Di Bonaventura (bandoneon), Giancarlo Bianchetti (chitarra ritmica in Odysseus).

 

L'edizione in vinile è stata tirata in 2.000 esemplari numerati.

 

L'album è stato distribuito in formato LP (in edizione limitata – tiratura 2.000 esemplari numerati), MC e CD.

 

 

CURIOSITA'

 

La foto di copertina tratta dall'opera di David Teniers "L'arciduca Loepoldo Guillermo nella sua galleria di quadri en Bruxelles" del 1647 (Olio su tela, cm 104,8 x 130,4; Museo National del Prado). La grafica è stata curata da Giuseppe Spada.

La canzone “La tua libertà”, ultima traccia di Ritratti, è stata incisa nel 1971, ma mai pubblicata precedentemente.

RECENSIONI

Da “La Repubblica” del 19 Febbraio 2004:

Quando cominciavamo a essere un po' stanchi dei cantautori storici che si ripetono senza l'ispirazione dei giorni migliori, rassegnati a superflui dischi "live" o a inflazionate "cover", è tonificante farsi spiazzare dal nuovo album di Francesco Guccini, il diciottesimo della serie, che scuote come un terremoto di acuminate parole. Esce domani Ritratti e contiene nove canzoni. Tra le sei inedite, spiccano quelle dedicate a Carlo Giuliani e a due navigatori come Ulisse e Cristoforo Colombo. C'è anche “La tua libertà”, incisa nel 1971, ma mai pubblicata integralmente su cd. "È stata un'idea della Emi, io non l'avrei messa", commenta il cantautore di Pavana. Due gli omaggi ad autori da lui stimati: “Canzone per il Che”, dedicata a Guevara su testo dello scrittore scomparso Manuel Vasquez Montalban, e “La Ziatta” del cantautore catalano Juan Manuel Serrat, tradotta da Guccini in dialetto modenese. La musica è sempre quella, di sapore mediterraneo, con le corde ispanicheggianti dell'argentino Flaco Biondini e le tastiere "orchestrali" di Vince Tempera, gli inseparabili, ma i versi sono quelli di un autentico vate che, nel descrivere la realtà, vola alto, trascende e sfoggia una sorprendente epicità, senza retorica né autocompiacimento. In “Piazza Alimonda”, che ricorda i fatti del G8 a Genova con gli scontri tra i no global e la polizia, culminati il 20 luglio 2001 nella morte di Carlo Giuliani, Guccini evita la demagogia della più scontata canzone politica, ricostruendo con la sua fantasia il clima di quelle giornate violente. E lo fa con tutto il dramma e la tragedia incombenti, ma anche con disarmanti squarci di tenerezza, senza fare nomi o perdersi nelle minuzie della cronaca, ma trovando l'afflato del grande poeta lirico.Un capolavoro che Guccini racconta così: "Sono stato diverse volte a Genova negli ultimi tempi. L'ho guardata bene, ho visitato anche piazza Alimonda e ho notato che c'è davvero un'aiuola triangolare. Non è colpa mia se dentro c'è la salvia splendens con il fiore rosso. L'idea è venuta di lì. È l'ultima canzone che ho scritto, l'ho finita il giorno di Santo Stefano. Qualche settimana fa mi ha chiamato il padre di Carlo Giuliani per altri motivi e ho capito che sapeva della canzone. Si era già sparsa la voce, non so come. Mi ha detto che l'avrebbe ascoltata".

 

Fa venire in mente un po' "La locomotiva"...

E lui serafico: "È una ballata vecchia maniera, molto gucciniana".

 

L'Ulisse del suo “Odysseus” è un montanaro come lei.

Sogghigna soddisfatto: "Lo so che è una teoria molto tendenziosa. Era da tempo che aspiravo a una canzone sul mare che non parlasse di ombrelloni, passeggiate sul lungomare e belle spiagge. Ho pensato che un grande navigatore può anche essere uno come me. In fondo la pietrosa Itaca poteva anche essere un'isola collinare come la Sardegna, che non è terra di celebri naviganti. È una metafora del vivere che s'ispira a vari scrittori di cose marinaresche". Che sono citati diligentemente in copertina: Omero, Dante, Foscolo, Costantino Kavafis, Jean-Claude Izzo e lo sconosciuto A. Prandi che, svela Francesco, "è mio cugino di Carpi che ha scritto cose pregevoli".

 

Cosa l'ha attratto nel testo di Montalban sul "Che"?

"Sono rimasto affascinato prima dalla musica di Flaco Biondini, che aveva inserito il pezzo in una compilation su Guevara. Il testo in spagnolo è basato su parole dei discorsi del Che e mi è sembrato molto buono".

 

In “Una canzone” spiega il difficile mestiere di scrivere un testo. La sua scrittura, con gli anni, si è fatta più densa, più profonda, più da poeta che da chansonnier.

"Forse ora somiglia più alla sceneggiatura di un film, non saprei dire. È più difficile di un tempo. Una volta ero velocissimo, adesso su una o due strofe ci posso star su parecchio, le lascio e poi ci ritorno. Un libro mi ci metto e lo scrivo, anche perché le date di consegna incombono. E lo scrivo al computer. Una canzone la devo scrivere sul foglio, devo avere un contatto fisico non solo con le parole, ma anche con i ghirigori che faccio quando non mi viene".

 

Al contro-festival di Mantova cosa va a fare?

"Non a cantare, vado solo a presentare il mio libro Cittanova blues, tutto qui".

 

E del Festival di Sanremo edizione Tony Renis cosa pensa?

"Non sono per i festival, ultimamente sono perplesso perfino del Club Tenco. Devo essere invecchiato, non riesco più a trovare lo spirito degli anni d'oro".

 

Come andranno le elezioni a Bologna?

"Dicono che non sarà una passeggiata, ma che alla fine vincerà Cofferati. Per scaramanzia nessuno si vuol sbilanciare troppo. I tassisti rischiano di essere la cartina di tornasole della vicenda: prima erano stanchi di Guazzaloca, ora sembra che ci abbiano ripensato. Ma Cofferati mi pare una persona degna e preparatissima. Sono andato in giro per la città con lui, per spiegargli cos'è la Cirenaica, il quartiere dov'è anche la mia via Paolo Fabbri".

 

Il prossimo tour sarà lungo e a pezzetti come piace a lei?

"Sono una persona di buon senso e se girassi ogni sera, come fanno molti colleghi, sarei costretto a ripetermi. Amo improvvisare e lo posso fare solo centellinando le esibizioni. Un giorno ho chiesto a Giorgio Gaber: ma tu come fai? Aveva uno spirito molto diverso dal mio. Certi artisti soffrono lontani dal palco".

 

 

Dal “Corriere della Sera” del 19 Febbraio 2004 di Mario Luzzatto Fegiz

Articolo del "Corriere della Sera" (2004)

Chi è capace di scrivere una canzone? «Gente quasi normale, ma con l' anima come un bambino che ogni tanto si mette le ali e con le parole gioca a rimpiattino», risponde Francesco Guccini in un verso di «Una canzone», che fa parte dell' album «Ritratti» presentato ieri a Milano. Ritratti in senso stretto come quello di Ulisse (con citazioni da Dante, Omero, Foscolo), Che Guevara, Cristoforo Colombo, e ritratti in senso lato come «Piazza Alimonda», che fotografa i fatti di Genova durante il G8 con particolare riferimento alla morte di Carlo GiuIiani, o come «La Ziatta (La Tieta)», una zia nubile cantata in dialetto modenese derivato dal testo catalano o di una musica di Serrat che è la stessa di «Bugiardo incosciente» di Mina. Da un punto di vista musicale e di canto il minimalismo gucciniano è radicale e rende a volte l' insieme nobilmente tedioso. Eppure Guccini scrittore è versatile e, se vuole, anche come cantante sa essere divertente.

 

Perché questa mancanza di chiaroscuri nel disco?

«Io realizzo un album così in un mese, in fretta, forse proprio per dare poca importanza alla veste. lo e i miei musicisti puntiamo al sodo, all' essenziale».

 

Ma non sente il bisogno di spettacolarizzare la sua poesia?

«E perché? Sono le parole che devono emergere. Se ascolta bene si accorgerà che la voce è fuori, mai assorbita dall' accompagnamento musicale. Perché quel che dico è la cosa più importante».

 

Un fiume di parole...

«Non più tanto, una volta ero più prolifico. Adesso due strofe e poi abbandono. Riprendo dopo parecchio tempo».

 

Nell'album lei canta «la canzone è la penna e un foglio». Non usa il computer?

«Solo per scrivere romanzi e prefazioni. La canzone ha bisogno della grafia, delle correzione, delle note a margine, della lettera più calcata della altre. Senza contare che una volta mentre ero al computer un operaio mi staccò la luce senza preavviso. E sono convinto di aver perso le due pagine più belle scritte in tutta la mia vita».

 

Da un punto di vista letterario i ritratti sono davvero intensi: da quel «Che» preso dai testi che Manuel Vasquez Montalban aveva messo in poesia da scritti di Guevara, al crescendo della tragedia genovese. E' una canzone politica dove, però, i buoni e i cattivi non si distinguono chiaramente.

 

«I cattivi si intravedono di spalle, i cattivi sono la gente che, implacabile, trova sempre una giustificazione per una morte assurda. I cattivi sono dietro la strategia che ha governato quegli eventi. I buoni sono tutti gli altri, quelli che suonano le sirene nel porto e soprattutto i giovani che scoprono come fuggendo si muore».

 

Fra gli altri episodi sono per molti versi folgoranti la rilettura del personaggio di Ulisse che viene rappresentato come montanaro (Itaca sembra Pavana, città natale dell'artista che a giugno compirà 64 anni) digiuno di mare che si getta con coraggio e incoscienza oltre le colonne d' Ercole e quella di Colombo che volentieri torna da un mondo che non gli è piaciuto «dove il sogno dell' oro ha creato mendicanti di un senso che galleggiano vacui nel vuoto affamati d'immenso».

 

Lei si riappropria anche di «Vite» che aveva concesso a Celentano nel suo ultimo album.

«Sì. Mi è sempre piaciuto immaginare le vite altrui, entrare nella case diroccate lungo sentieri abbandonati, rovistare nei ricordi, nelle foto sbiadite».

 

Si interessa di politica?

«Guardo i dibattiti in tv e urlo contro il televisore quando qualcuno dice qualcosa che non mi piace. Poi ho guidato Sergio Cofferati, candidato sindaco di Bologna alle imminenti elezioni, a visitare il quartiere Cirenaica dove sono nato e cresciuto. L' ho portato anche in via Paolo Fabbri. Tutto questo perché Guazzaloca, il sindaco attuale, lo aveva sfidato sulla sua scarsa conoscenza di Bologna. Non sarà facile, ma alla fine vincerà Cofferati».

 

Andrà al (contro)festival di Mantova a presentare il suo libro Cittanova Blues edito da Mondadori, canterà il 19 marzo a Perugia. Poi pochissime esibizioni...

«Guardo i calendari dei miei colleghi e mi chiedo come facciano a timbrare il cartellino ogni sera. Sarà che io ogni volta improvviso tutto e mi stanco di più di chi va a copione».

Presente ieri all'incontro c'era anche la figlia di Francesco, Teresa, 25 anni, che sta per laurearsi al Dams di Bologna. Con una tesi in cui compara il successo del padre a quello di Rabbie Williams spiegando come per vie diverse i due siano arrivati allo stesso risultato.

 

 

Da “L’Unità” del 19 Febbraio 2004:

Articolo de "L'Unità" (2004)

C’eravamo sentiti agli inizi di gennaio. Questione di auguri. L’ho finita, mi aveva detto contento come un bambino. E come ti è venuta? Osti, bella, bella. Sentirai. Guccini parlava di “Piazza Alimonda”, il brano che sta dentro questa sua ultima fatica - lui lavora con crescente attenzione alle sue cose in musica - poetico/discografica. Era il pezzo conclusivo di “Ritratti”, aspettava solo quella per chiudersi in sala di registrazione e battezzare l’album. “Piazza Alimonda”, lo avrete capito, è una dedica, un racconto, un lamento, un grido soffocato che si porta appresso le terribili immagini del G8 genovese con quel tributo di sangue messo nel conto da una regia antidemocratica, vile e fascista che Genova e l’Italia non hanno dimenticato. Ma non è un pregiudizio politico che ci porta a premiare questo brano avvicinandoci a questo nuovo disco di Francesco. Piuttosto, lo ammettiamo, siamo assetati di cronaca, di racconti e di temi che affrontino questa Italia con le sue più atroci contraddizioni: la verità è che stiamo sempre lì ad aspettare che qualcuno, qualche artista, cantautore o regista cinematografico o teatrale, dimostri di essere in grado di testimoniare questa realtà così fortemente velata, troppo spesso nascosta, vietata, zittita. Un Omero per noi, un cantastorie cui affidare i nostri ricordi, la nostra memoria. Francesco, con la discrezione di un montanaro ossessionato da sogni di mare, di tanto in tanto ci regala frammenti d’epica dei nostri giorni ed è forse per questo che i ragazzini del nostro mondo gli dedicano tanta attenzione, quanta ne darebbero ad un loro coetaneo, informato sui fatti. Così, ecco “Piazza Alimonda”; ci è piaciuta, non sarà una ballata che col tempo perderà significato e che Guccini prima o poi farà sparire dalle sue scalette da palco. Il nostro Carlo Giuliani non viene mai nominato, ma è come se in virtù di questo semplice artificio la sua immagine aleggiasse, come una Morgana, sul testo, sui ritmi, sulle armonie. «Sì - ha detto ieri Francesco presentando l’album – è una canzone politica»: e quanto è bello e sano e forte sentirsi rispondere così da un artista italiano, evitando le cautele, gli opportunismi, la banale paura di spiacere a qualcuno. «Spiacere è il mio piacere», aveva cantato Francesco in Cyrano. Ci sta. Per il resto, il disco avrebbe potuto reggere anche un altro titolo, tipo «Sogni» e nessuno se ne sarebbe lamentato. Voglio dire che, prestando a questo lavoro uno sguardo complessivo che tenga conto del sapore depositato dal primo ascolto, si ha la sensazione di sentir scorrere una sequenza di avventure mai uscite allo scoperto della coscienza, ma covate di notte tra un cuscino e un piumone. Scorrete i titoli: “Odysseus”, “Canzone per il Che”, “Vite”, “Cristoforo Colombo”. È un trionfo di mari, di gente che va, di avventure lontane ma lui, Francesco, è tra le persone più immobili che esistano, ha una sua persistenza salgariana, annidato tra i monti che non ce la fanno a separare per bene le province di Pistoia e di Bologna. È un segno del destino che, circondato da boschi e casali amati appassionatamente, trovi quel che non cerca in orizzonti non finiti, dove tutto è instabile, il cielo, il mare e ancora il mare. In questo andare dove tutto è fluido, Guccini trova coerenze anche negli schemi musicali, non solo nell’onnipresente parola. Liquidi sono gli arrangiamenti, liquido l’incedere di un modulo che solo di rado si inerpica e sorprende e quando evade lo fa assecondando un gioco di citazioni ritmiche alle quali affida l’eccipiente del potere evocatore di atmosfere appropriate. È vero, non è mai stato uno che adatta reciprocamente testi e musiche, musiche e testi, ma in questo caso sembra più forte e trasparente il suo rilasciare le parole in una sorta di galleggiamento perenne, anche saltellando tra un brano e l’altro. La voce lo segue fedele in questo depositare sensi poetici onda su onda, tanto che pare avvicinarsi, per questa dinamica, al grande Leo Ferré che alla musica faceva fare esattamente ciò che serviva alla parola. Attonito e felice, ancora una volta come un bimbo, Guccini continua a scoprire la vita seguendone la curva epica disegnata dalla assenza di moventi: «E andare - recita in “Odysseus” - come spinto dal destino verso una guerra, verso l’avventura e tornare contro ogni vaticinio contro gli Dei e contro la paura». Lo trovi sempre lì, accovacciato davanti ai grandi portali del mito, come all’inizio della sua attività di poeta in musica quando cantava: «Vedremo soltanto una sfera di fuoco, più grande del sole più vasta del mondo, mai mano d’uomo la toccherà e solo il silenzio come un sudario si stenderà tra il cielo e la terra per mille secoli almeno», candidamente rapito da immagini immense disegnate una fantasia popolare, poeticamente enfatizzate da una trasmissione orale, come un canto omerico. «E fuggendo si muore...», prosegue nello stesso “Odysseus” e par che anticipi il senso di “Canzone per il Che”, il cui testo non è suo ma di Vasquez Montalban, «e se il rivoluzionario non trova altro riposo che la morte... niente o nessuno lo trattenga», e insieme si allinea con le parole dedicate a Giuliani in “Piazza Alimonda”: «Uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere». La tragedia dell’andare, il destino dell’uomo. Con qualche ironica correzione: in “Cristoforo Colombo”, per esempio, il coraggioso capitano intravvede nelle terre da lui scoperte il destino che avranno e allora «naviga, naviga via più lontano possibile da quell’assordante bugia... nel suo cuore la Nina, la Pinta e la Santa Maria». Tra un’onda e l’altra nel mare dell’epica, piccole dediche di grandi amori: “Vite”, offerta non alla gente ma alle persone, alle loro storie, “Certo non sai”, non alle persone ma a una sola, quella che divide il suo cuscino e il suo sognare, “La Ziatta”, non alle persone ma a una lingua, il modenese. Sorpresa: in coda all’album c’è un brano di Guccini che ha la sua bella età (il pezzo, non Francesco); è datato 1971, eseguito allora, mai edito prima e inserito nella scaletta; si  intitola “La tua libertà”. È bella anche se lui dice che è datata e che se ci avesse pensato in tempo l’avrebbe scartata. Non gli piacciono nemmeno gli arrangiamenti. Pazienza, per fortuna non ha avuto quel tempo. Note al margine: Guccini fa sapere che al festival di Mantova non canterà solo perché non ama i festival: «Sono invecchiato – dice - ma è anche l’unico modo per non morire giovani»; ci sarà comunque per presentare il suo libro “Cittànova Blues”; contano le azioni. Tifa,ma si sapeva, Cofferati come prossimo sindaco di Bologna perché è bravo, serio e preparato, lo conosce da vicino. Non ha il coraggio di fare pronostici in proposito, ma racconta che i suoi vati preferiti, i taxisti, segnano bel tempo per la sinistra e i suoi candidati. Scrive più lentamente di una volta: «Forse ero più bravo - racconta - ora scrivo e ci torno su». È la dittatura della parola, la sola verso la quale si può correre senza perdere la libertà.

 

I TESTI - LATO A

 

Bisogni che lo affermi fortemente
che, certo, non appartenevo al mare
anche se Dei d’Olimpo e umana gente
mi spinsero un giorno a navigare
e se guardavo l’isola petrosa
ulivi e armenti sopra a ogni collina
c’era il mio cuore al sommo d’ogni cosa
c’era l’anima mia che è contadina;
un’isola d’aratro e di frumento
senza vele, senza pescatori,
il sudore e la terra erano argento
il vino e l’olio erano i miei ori.

Ma se tu guardi un monte che hai di faccia
senti che ti sospinge a un altro monte,
un’isola col mare che l’abbraccia
ti chiama a un’altra isola di fronte
e diedi un volto a quelle chimere
le navi costruii di forma ardita,
concavi navi dalle vele nere
e nel mare cambiò quella mia vita
ma il mare cambiò quella mia vita
ma il mare trascurato mi travolse:
senza futuro era il mio navigare

Ma nel futuro trame di passato
si uniscono a brandelli di presente,
ti esalta l’acqua e al gusto del salato
brucia la mente
e ad ogni viaggio reinventarsi un mito
a ogni incontro ridisegnare il mondo
e perdersi nel gusto del proibito
sempre più in fondo

E andare in giorni bianchi come arsura,
soffio di vento e forza delle braccia,
mano al timone e sguardo nella pura
schiuma che lascia effimera una traccia;
andare nella notte che ti avvolge
scrutando delle stelle il tremolare
in alto l’Orsa è un sogno che ti volge
diritta verso il nord della Polare.
E andare come spinto dal destino
verso una guerra, verso l’avventura
e tornare contro ogni vaticino
contro gli Dei e contro la paura.

E andare verso isole incantate,
verso altri amori, verso forze arcane,
compagni persi e navi naufragati;
per mesi, anni, o soltanto settimane?
La memoria confonde e dà l’oblio,
chi era Nausicaa, e dove le sirene?
Circe e Calypso perse nel brusio
di voci che non so legare assieme.
Mi sfuggono il timone, vela e remo,
la frattura fra inizio ed il finire,
l’urlo dell’accecato Poliremo
ed il mio navigare per fuggire.

E fuggendo si muore e la morte
sento vicina quando tutto tace
sul mare, e maledico la mia sorte
non trovo pace
forse perché sono rimasto solo
ma allora non tremava la mia mano
e i remi mutai in ali al folle volo
oltre l’umano.

La vita del mare segna false rotte,
ingannevole in mare ogni tracciato,
solo leggende perse nella notte
perenne di chi un giorno mi ha cantato
donandomi però un’eterna vita
racchiusa in versi, in ritmi, in una rima,
dandomi ancora la gioia infinita
di entrare in porti sconosciuti prima

La canzone è una penna e un foglio
così fragili fra queste dita,
è quel che non è, è l’erba voglio
ma può essere complessa come la vita.
La canzone è una vaga farfalla
che vola via nell’aria leggera,
una macchia azzurra, una rosa gialla,
un respiro di vento la sera,
una lucciola accesa in un prato,
un sospiro fatto di niente
ma qualche volta se ti ha afferrato
ti rimane per sempre in mente
e la scrive gente quasi normale
ma con l’anima come un bambino
che ogni tanto si mette le ali
e con le parole gioca a rimpiattino.

La canzone è una stella filante
che qualche volta diventa cometa
una meteora di fuoco bruciante
però impalpabile come la seta.
La canzone può aprirti il cuore
con la ragione o col sentimento
fatta di pane, vino, sudore
lunga una vita, lunga un momento.
Si può cantare a voce sguaiata
quando sei in branco, per allegria
o la sussurri appena accennata
se ti circonda la malinconia
e ti ricorda quel canto muto
la donna che ha fatto innamorare
le vite che tu non hai vissuto
e quella che tu vuoi dimenticare.

La canzone è una scatola magica
spesso riempita di cose futili
ma se la intessi d’ironia tragica
ti spazza via i ritornelli inutili;
è un manifesto che puoi riempire
con cose e facce da raccontare
esili vite da rivestire
e storie minime da ripagare
fatta con sette note essenziali
e quattro accordi cuciti in croce
sopra chitarre più che normali
ed una voce che non è voce
ma con carambola lessicale
può essere un prisma di rifrazione
cristallo e pietra filosofale
svettante in aria come un falcone.

Perché può nascere da un male oscuro
che è difficile diagnosticare
fra il passato appesa e il futuro,
lì presente e pronta a scappare
e la canzone diventa un sasso
lama, martello, una polveriera
che a volte morde e colpisce basso
e a volte sventola come bandiera.
La urli allora un giorno di rabbia
la getti in faccia a chi non ti piace
un grimaldello che apre ogni gabbia
pronta ad irridere chi canta e tace.
Però alla fine è fatta di fumo
veste la stoffa delle illusioni,
nebbie, ricordi, pena, profumo:
son tutto questo le mie canzoni

Un popolo può liberare se stesso
dalle sue gabbie di animali elettrodomestici
ma all’avanguardia d’America
dobbiamo fare dei sacrifici
verso il cammino lento della piena libertà.

e se il rivoluzionario
non trova altro riposo che la morte,
che rinunci al riposo e sopravviva;
niente o nessuno lo trattenga,
anche per il momento di un bacio
o per qualche calore di pelle o prebenda.

I problemi di coscienza interessano tanto
quanto la piena perfezione di un risultato
lottiamo contro la miseria
ma allo stesso tempo contro la sopraffazione

Lasciate che lo dica
mai l rivoluzionario quando è vero
è guidato da un grande
sentimento d’amore,
ha dei figli che non riescono a chiamarlo,
mogli che fan parte di quel sacrificio,
suoi amici sono “compañeros de revolucion”.

Addio vecchi, oggi è il giorno conclusivo;
non lo cerco, ma è già tutto nel mio calcolo.
Addio Fidel, oggi è l’atto conclusivo;
sotto il mio cielo, nella gran patria di Bolìvar
la luna de Higueras è la luna de Playa Giron.
Sono un rivoluzionario cubano.
Sono un rivoluzionario d’America.

Signor Colonnello, sono Ernesto, il “Che” Guevara.
Mi spari, tanto sarò utile da morto come da vivo

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare
respiro al largo, verso l'orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale,
d'anima forte.
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d'un caldo torrido
d'Africa nera.
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
Nera o blu l'uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia;
facce e scudi da Opliti, l'odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane
guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare;
una voce spezzava l'urlare estatico dei bambini.

Panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini.
Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere d'incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza,
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione,
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
e uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Si rompe il tempo e l'attimo, per un istante, resta sospeso,

appeso al buio e al niente, poi l'assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell'aspro odore della cordite.

Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.
Per quanti giorni l'odio colpirà ancora a mani piene.
Genova risponde al porto con l'urlo alto delle sirene.
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione,
dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare,
c'è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l'onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.

La "salvia splendens" luccica, copre un'aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare.
Dal bar caffè e grappini, verde un'edicola vende la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita

Mi affascina il mistero delle vite
che si dipanano lungo la scacchiera
di giorni e strade, foto scolorite
memoria di vent’anni o di una sera.
E mi coinvolge l’eterno gocciolare
e il tempo sopra il viso di un passante
e il chiedermi se nei suoi occhi appare
l’insulto di una morte o di un’amante,
la rete misteriosa dei rapporti
che lega coi suoi fili evanescenti
la giostra eterna di ragioni o torti
il rintocco scaglioso dei momenti,
il mondo visto con gli occhi asfaltati
rincorrendo il balletto delle ore
noi che sappiamo dove siamo nati
ma non sapremo mai dove si muore.

Mi piace rovistare nei ricordi
di altre persone, inverni o primavere
per perdere o trovare dei raccordi
nell’apparente caos di un rigattiere:
quadri per cui qualcuno è stato in posa,
un cannocchiale che ha guardato un punto,
un mappamondo, due bijou, una rosa,
ciarpame un tempo bello e ora consunto,
pensare chi può averli adoperati,
cercare una risposta alla sciarada
del perché sono stati abbandonati
come un cane lasciato sulla strada.
Oggetti che qualcuno ha forse amato
ora giacciono lì, senza un padrone,
senza funzione, senza storia o stato,
nell’intreccio di caso o di ragione.

E la mia vita cade in altra vita
ed io mi sento solamente un punto
lungo la retta lucida e infinita
di un meccanismo immobile e presunto.
Tu sei quelli che son venuti prima
che in parte hai conosciuto, e quelli dopo
che non conoscerai, come una rima
vibrante e bella, però senza scopo.
E’ inutile cercare una risposta,
sai che non ce ne sono e allora tenti
un bussare distratto a quella porta
che si chiuse soltanto ai sentimenti.
Non saprai e non sai.
Questo dolore che vagli fra le magli di un tuo cribro
svanisce un po’ nel contemplare un fiore
si scorda fra le pagine di un libro.

Perché non si fa a meno di altre vite
anche rubate a pagine che sfogli
oziosamente, e ambiguo le hai assorbite
da fantasmi inventati che tu spogli
rivestendoti in loro piano piano
come se ti scoprissi in uno specchio
L’Uomo a Dublino, o l?ultimo Mohicano
che ai 25 si sentiva vecchio.
E percorriamo strade non più usate
figurando chi un giorno ci passava
e scrutiamo le case abbandonate
chiedendoci che vite le abitava,
perché la nostra è sufficiente appena
ne mescoliamo inconsciamente il senso;
siamo gli attori ingenui di un palcoscenico misterioso e immenso

I TESTI - LATO B

 

E’ già stanco di vagabondare sotto un cielo sfibrato
per quel regno affacciato sul mare che dai Mori è insidiato
e di terra ne ha avuta abbastanza, non di vele e di prua,
perché ha trovato una strada di stelle nel cielo dell’anima sua.
Se lo sente, non può più fallire, scoprirà un nuovo mondo;
quell’attesa lo lascia impaurito di toccare già il fondo.
Non gli manca il coraggio o la forza per vivere quella follia
e anche senza equipaggio, anche fosse un miraggio ormai salperà via.

E la Spagna di spada e di croce riconquista Granata,
con chitarre gitane e flamenco fa suonare ogni strada;
Isabella è la grande regina del Guadalquivir
ma come lui è una donna convinta che il mondo non pùo finir lì,.
Ha la mente già tesa all’impresa sull’oceano profondo,
caravelle e una ciurma ha concesso, per quel viaggio tremendo,
per cercare di un mondo lontano ed incerto che non sa se ci sia
ma è già l’alba e sul molo l’abbraccia una raffica di nostalgia.
E naviga, naviga via
verso un mondo impensabile ancora da ogni teoria
e naviga, naviga via,
nel suo cuore la Niña, la Pinta e la Santa Maria.

E’ da un mese che naviga a vuoto quell’Atlantico amaro,
ma continua a puntare l’ignoto con lo sguardo corsaro;
sarà forse un’assurda battagli ma ignorare non puoi
che l’Assurdo ci sfida per spingerci ad essere fieri di noi.
Quante volte ha sfidato il destino aggrappato ad un legno,
per fortuna che il vino non manca e trasforma la vigliaccheria
di una ciurma ribelle e già stanca, in un’isola di compagnia.

E naviga, naviga via,
sulla prua che s’impenna violenta lasciando una scia,
naviga, naviga via
nel suo cuore la Niña, la Pinta e la Santa Maria.

Non si era sentito mai solo come in quel momento
ma ha imparato dal vivere in mare a non darsi per vinto;
andrà a sbattere in quell’orizzonte, se una terra non c’è,
grida: “Fuori dal ponte compagni dovete fidarvi di me!”
Anche se non accenna a spezzarsi quel tramonto di vetro,
ma li aspettano fame e rimorso se tornassero indietro,
proprio adesso che manca un respiro per giungere alla verità,
a quel mondo che ha forse per faro una fiaccola di libertà.

E naviga, naviga là
come prima di nascere l’anima naviga già,
naviga, naviga ma
quell’oceano è un acquario di sogni e di sabbia
poi si alza un sipario di nebbia
e come un circo illusorio s’illumina l’America.

Dove il sogno dell’oro ha creato
mendicanti di un senso
che galleggiano vacui nel vuoto
affamati d’immenso.
Là babeliche torri di cristallo
già più alte del cielo
fan subire al tuo cuore uno stallo
come a un Icaro in volo
Dove da una prigione a una luna d’amianto
“l’uomo morto cammina”
dove il Giorno del Ringraziamento
il tacchino in cucina
e mentre sciami assordanti d’aerei
circondano di ragnatele
quell’inutile America amara
leva l’ancora e alza le vele.

E naviga, naviga via
più lontano possibile
da quell’assorbente bugia
naviga, naviga via
nel suo cuore la Niña, la Pinta e la Santa Maria

Certo non sai quanto sei dolce e bela quando dormi
coi tuoi capelli sparsi e abbandonati sul cuscino
neri e lucenti, come degli stormi
di corvi in volo chiaro del mattino.
Certo non so che cosa puoi sognare quando sogni
e appare solo appena un lieve affanno nel respiro
che ti esce piano e si mescola coi suoni
di questa notte che si consuma in giro.
E sulla tua fronte gocce di sudore;
io vorrei asciugarle, io vorrei parlarti,
dirti cose vane ma c’è in me il timore
di spezzarti il sonno, forse di svegliarti.
Forse non sai quando sia felice nel vederti
addormentata e persa accanto a me, stesa vicino;
quanto sia bello il gioco dell’averti
in sogno verso chissà quale destino.

Certo non sai quanto mi commuovi quando dici
parole strane e quasi senza senso a mezza voce,
forse ricordi di attimi felici
persi in un atomo onirico veloce.
Certo non so con cosa o chi sorride quel sorriso;
dicon con gli angeli ma il nostro cielo è quello umano,
un lampo breve che dà luce al viso
accarezzato da questa mia mano.
Questa breve notte lenta si frantuma
ed il nuovo giorno piano sta arrivando,
già sull’est albeggia, non c’è più la luna;
sveglia ti alzi e chiedi: “Cosa stai guardando?”
Forse non sai quando di sonno e di notte sei bagnata
quanto ti ami e quanto siano vuote le parole;
chiedo: “Che sogni ti hanno accompagnata?”
e fuori il giorno esplode al nuovo sole

A la desterà al veint
con un colp al persian
l’è acsè lèrgh al sòo let
e i linzòo fradd e grand
tòt dò i oc’ mez e srèe
zercherà n’ètra man
sèinza catèr nisun
come aièr, come edman
Al so stèr da per lèe
l’è un sò amigh da tant’an
ch’a l’ ch’gnass tòtt i sòo quèl
fin al pighi dla man;
la scultarà al gnulèr
d’un gat vec’ e castrèe
ch’a gh’ dòrm inzèmma a i znoc
d’invèren tòtt al dè.
Un breviari apugièe
in vatta a la tulatta
e un gaz d’acqua trincèe
quand a s’lèva la żiatta

Un spec’ vec’ e incrinèe
a gh’arcurdarà pian
come al tiemp l’è pasèe
come in vulèe via i an,
e gl’insaggni dl’etèe
per al stridi i s’ sèn pèrs,
quanti rughi ch’a gh’è
e i oc’ come i èn divèrs.
L’a gh’ butarà un suris
la purtinèra ed ca’
per l’urgói cg’ a gh’la lèe
perché a gh’ fa bèin i fat;
tòtt i dè fèr l’istass
ciapèr al filibùs
per badèr ai tragatt
d’un avuchèe nèe stóff,
cun al quèl an andrèe
l’aviva fat la “stratta”
ma tant tèimp l’è pasèe
ch’a n s’arcorda la żiatta.

Lèe ch’l’ha sèimpr in piò un piat
quand ariva Nadèl,
lèe ch’la ‘n vòl mai nisun
se un dè, a chès, l’a s’ sèint mèl,
lèe ch’l’a ‘n gh’ha gnanca un fióo
sol quall ed sóo fradel,
lèe ch’l dis: “L’a ‘n va mel!”
Ch’l’a dis: “A fagh tant bè!”
E la dmanga del Pèlmi
la cumprarà a sòo anvod
un bel ram longh d’uliv
e un pèr ed calzatt nóv
e po’ in cesa tótt dóo
i faran come al pret
e i pregherai Gesó
ch’a l’va a Gerusalem;
po’ a gh’ darà soquant franch
de mattr’ind ‘na casatta
perché a s’ dèv risparmièr
com la fa lèe, żiatta.

E un dè a s’gh’ha da murir
com’ piò o meno i fan tótt,
cun ‘na frèva da gnint
l’andrà in cal póst tant brótt;
l’avrà bele paghe
un prèt ch’a s’sèint a póst,
la casa, al funerèl
e la Massa di mort,
E i fior ch’i andrai andrèe
al sóo trèst suplimèint
i èn cal cosi che pass
a l’ se scorda la zèint;
a gh’ resterà po’ i fior
e i drap negher e zal
e dedrèe un vec’ amigh
scuvèrt un mumèint fa
e un santèin a l’ dirà
ch’l’è morta n’ètra sciatta;
ch’l’arpóunsa in pès, amen,
e scurdaramm la żiatta

Oltre le mura della città
un orizzonte insegue un orizzonte;
a un’autostrada, un’altra seguirà,
gli spazi sono fatti per andare;
la tua libertà,
se vuoi, la puoi trovare.
E un uomo saggio regole farà,
una prigione fatta di parole;
i carcerieri di una società
ti impediranno di cercare il sole;
la tua libertà,
se vuoi, la puoi avere.

Fossi un uccello
alto nel cielo
potrei volare senza aver padroni;
se fossi un fiume
potrei andare
rompendo gli argini nelle mie alluvioni

E boschi e boschi
cerco attorno a me
dov’è la terra che non ha barriere?
dov’è quel vento
che ci spingerà
come le vele o le bandiere;
la tua libertà
se vuoi la puoi avere.
Fossi un uccello
alto nel cielo
potrei volare senza aver padroni;
se fossi un fiume
potrei andare
rompendo gli argini nelle mie alluvioni

Ma sono un uomo
uno fra milioni
e come gli altri ho il peso della vita
e la mia strada
lungo le stagioni
può essere breve, ma può essere infinita;
la tua libertà
cercala, che si è smarrita
cercala, che si è smarrita

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